A prendersi la scena questa settimana è certamente il primo prodotto proveniente dal Superintelligence Labs di Meta. Molti ritenevano Meta in un vicolo cieco. Invece l’area per cui Zuckerberg ha speso milioni di dollari in “campagne acquisti di talenti” ha rilasciato il nuovo Muse Spark, modello che simboleggia l’inizio di una nuova era per l’azienda. Ovviamente super multimodale e incentrato su agenti che lavorano in parallelo, il modello incrina il racconto sulla nuova mission di Meta verso la superintelligenza rivoluzionaria. Presentato per mesi come un distaccamento quasi top secret intento a progettare l’AI del futuro, Superintelligence Labs ne esce come un’area di ricerca e sviluppo commerciale come tante altre. Uno scarto, quello tra narrazione fantascientifica e realtà commerciale, tipico di ogni azienda AI.
Sulla stessa scia, irrompe infatti Anthropic. Prima pubblica un (ennesimo) studio sulle reazioni “emotive” dei modelli, un’attribuzione di caratteristiche umane che poco ha di scientifico e molto di enfatico. Poi fa rumore con il nuovo Claude Mythos, un modello talmente potente che l’azienda stessanon ha il coraggio di rilasciarlo e lo rende esclusivamente disponibile ad altri big. Il suo impatto non dipende da una particolare superintelligenza ma da un’incredibile performance nella cybersecurity: qualcosa di talmente potente da minacciare le fondamenta dell’architettura di Internet. Alcuni osservatori di spicco, come Gary Marcus, mettono già in discussione anche questa narrazione, tuttavia la riunione convocata d’urgenza dal Segretario al Tesoro Scott Bessent e il Presidente della Fed Jerome Powell con i vertici di Wall Street esclusivamente per parlare del nuovo modello di Anthropic indica che la preoccupazione è reale.
Tra i big che non hanno avuto accesso a Mythos c’è Altman, che insegue Amodei anche nel fatturato: quello di Anthropic supera per la prima volta quello di OpenAI, in un passaggio storico. Mentre vola nel fatturato e cresce nell’adozione tra gli utenti, Anthropic è oggi il simbolo di quella parte della Silicon Valley che non avalla il neo-imperialismo americano. E di certo è un segno dei tempi che alcuni governi perplessi dalle derive trumpiane, come quello britannico, dichiarino un interesse ad approfondire i rapporti con l’azienda di Claude.
Le politiche di Trump hanno effetti peculiari anche nel cuore della Silicon Valley: per via della nuova linea del governo, le Big Tech assumono sempre meno stranieri.
Una briglia che arriva nel periodo sbagliato, visto il momento di cruciale metamorfosi. Che è testimoniato da NVIDIA che registra il valore del rapporto prezzo/utili più basso degli ultimi sette anni, anche a causa della guerra in Medio Oriente che tocca in pieno le Big Tech. L’Iran ha infatti rivendicato attacchi a data center di Amazon in Bahrein e di Oracle a Dubai e ha minacciato di attaccare il campus di Stargate negli Emirati Arabi Uniti). Per far fronte ai cambiamenti, i colossi sono in piena riorganizzazione dei loro organici.

Meta vuole diventare protagonista con Muse Spark: il primo modello AI firmato Superintelligence Labs
Il lancio segna anche una storica inversione, con Meta che…
Apple assume un ex dirigente Google per guidare il suo marketing AI, Jeff Bezos punta tutto per il suo nuovo Project Prometheus AI sull’ex OpenAI e cofondatore di xAI Kyle Kosic. E anche ai piani alti di OpenAI si registra un rimescolamento radicale (Brad Lightcap passa alla sezione “Progetti Speciali” e il responsabile dello sviluppo dell’AGI Fidji Simo prende un congedo per problemi di salute), in parte influenzato dalle forti divergenze interne sulle tempistiche della quotazione in borsa e dalle tensioni legate alla reputazione di Altman e ai problemi con la capacità di calcolo.
Un tema, quest’ultimo, che non smette di tormentare tutti i CEO di ogni big tech e che fa ripartire la corsa al Data Center. Se in Europa Mistral raccoglie 380 milioni di dollari di debito per finanziare un data center AI in Francia, negli USA gli sviluppi sono talmente avanzati che le aziende sono già alla fase delle offerte ai privati: una famiglia di agricoltori del Kentucky rifiuta 26 milioni di dollari per trasformare la propria fattoria in un data center. La difesa delle risorse naturali dal consumo tech è già una battaglia politica: dove sorgono i data center la temperatura del terreno aumenta in media di 2°C. Emerge poi un dato interessante: l’espansione delle infrastrutture potrebbe essere ostacolata in futuro da un elemento di primaria importanza: la carenza di elettricisti.
La Cina sembra più organizzata: all’accelerazione dell’indipendenza sui chip (il modello V4 di DeepSeek funzionerà esclusivamente su processori Huawei) si accompagnano norme oculate per regolamentare gli avatar digitali e limitare la dipendenza delle persone da AI. Temi di cui si parla ancora troppo poco in Occidente, anche se le ricerche sugli effetti sulla mente dell’AI come sempre si moltiplicano.
In UK si analizza un fenomeno di nome “offloading cognitivo“, secondo cui l’AI mina le capacità intellettuali delle nuove generazioni. Questo anche a causa di caratteristiche come il cosiddetto servilismo dell’AI, quando la macchina ti dà ragione anche quando hai torto. Tutti input imprevedibili, tanto che il CEO di Django ribadisce che il lavoro continuativo con agenti AI rende “esausti”.
Intanto si trasformano codici sempre considerati inscalfibili, per una vera e propria riconfigurazione del concetto di esperienza professionale. Mentre crescono i dibattiti attorno a fenomeni come il “The Great Flattening” (quando l’AI accorcia le distanze fra vertici e dipendenti), assistiamo a esempi di distruzione dei paradigmi sull’anzianità: lo ricorda la storia del 15enne americano che ha creato una startup AI e ha poi assunto un 38enne.
Tra adolescenti più esperti degli adulti e organigrammi invertiti, non bisogna poi dimenticare che, in fondo, inserire l’AI nelle organizzazioni è frutto di un insieme di decisioni del tutto umane, anche se talvolta sembra un moto automatico e obbligatorio. Ce lo ricorda la storia del critico letterario allontanato dal New York Times proprio per aver scritto una recensione con l’AI. Perché tra la tecnologia e il suo utilizzo deve esserci un pensiero attivo.














