Un collaboratore esterno della sezione libri del New York Times è stato allontanato dopo aver utilizzato strumenti AI per scrivere una recensione. Il suo scritto è finito sotto accusa per somiglianze sospette con un articolo pubblicato mesi prima su The Guardian.
Un plagio inconsapevole
Il protagonista è Alex Preston, scrittore e giornalista freelance, autore di una recensione del romanzo Watching Over Her di Jean-Baptiste Andrea. L’articolo, pubblicato a gennaio, è stato segnalato da un lettore per la presenza di passaggi molto simili a una recensione firmata da Christobel Kent sul quotidiano britannico.
A seguito della segnalazione, il New York Times ha avviato un’indagine interna. Preston ha ammesso di aver utilizzato uno strumento di intelligenza artificiale per supportare la stesura del pezzo, senza accorgersi che il sistema aveva incorporato (senza attribuzione) parti del testo originale del Guardian. Un plagio a sua insaputa, insomma.
La conseguenza è stata immediata: la testata ha interrotto ogni collaborazione con il giornalista, definendo l’episodio una “chiara violazione degli standard editoriali”.
Il doppio errore: tecnologia e contesto
Secondo un’analisi pubblicata da Book Riot, il caso Preston contiene almeno due errori strutturali nell’uso di AI. Il primo è l’uso della tecnologia per un genere letterario (la recensione di libri recenti) che, per sua natura, dispone di poche fonti disponibili nei dataset, aumentando il rischio di riproduzione involontaria di contenuti esistenti.
Il secondo è il contesto: pubblicare su una piattaforma ad altissima visibilità e con un pubblico altamente competente, capace di intercettare immediatamente analogie e incongruenze. Più che di un errore tecnico, si è trattato dunque di un errore di valutazione: l’AI è stata usata in uno di quei casi dove il margine di controllo umano dovrebbe essere massimo.
L’AI nella tana del leone
Il New York Times ha adottato negli ultimi anni una linea prudente se non accusatoria nei confronti dell’AI, arrivando a limitare l’uso di strumenti generativi da parte dei propri giornalisti e a intraprendere azioni legali contro aziende tecnologiche per questioni di copyright, OpenAI in testa. Da un certo punto di vista la testata è la tana del leone dello scetticismo editoriale verso la tecnologia. L’allontanamento di Preston è stata anche una questione di difesa identitaria.

Il New York Times ha fatto causa a Perplexity per l'uso di suoi articoli per addestrare la sua AI
Perplexity ha ricevuto un'accusa analoga anche dal quotidiano statunitense Chicago…














