Una linea interpretativa del dibattito attorno all’AI la presenta come un potenziale “acceleratore di conflitti” (legali, politici, militari). Seguendo questo filone, l’avvento degli agenti assume una luce nuova. Attraverso gli agenti, le crepe si ampliano: governance, responsabilità, reputazione, e (ovviamente) potere. Questa tensione è causata dalla frizione che si crea tra l’essere umano e i sistemi AI quando devono lavorare insieme.
Dario Amodei ha provato a dare un nome a questo momento: la “fase del centauro”, dove l’umano diventa parte di un sistema ibrido in cui decide sempre meno come si lavora e sempre più se fidarsi dei risultati.
Sembra che siamo a un punto di svolta, tanto che un articolo dell’imprenditore Matt Shumer sulla diffusione dell’AI agentica diventa virale per un moto di preoccupazioni inedite. Il tema riguarda anche l’autonomia della macchina. Quando siamo al punto che un agente “si offende”, capiamo quanto siamo impreparati a gestire l’AI come “attore”: è il caso del programmatore che si è ritrovato oggetto di un articolo diffamatorio scritto da un’AI dopo un surreale “diverbio”.
Rincara la dose Mustafa Suleyman, che predice 12 o 18 mesi come finestra per vedere una netta automazione dei lavori d’ufficio, con cambiamenti radicali delle attività.
C’è una corrente che resta guardinga all’idea di una rivoluzione imminente, soprattutto in Europa, dove l’aria resta quella del “sì, ma…”. L’Agcom prepara una segnalazione alla Commissione UE sulle nuove funzioni AI di Google per equilibrare l’asimmetria di potere e rischio sistemico dell’AI nei prodotti di massa. Nel frattempo, il Parlamento europeo blocca l’uso dell’AI sui dispositivi dei legislatori per ragioni di sicurezza e intanto continua a svilupparsi il caso Grok. Da un lato continua l’indagine UE per la generazione di immagini sessualizzate e non consensuali. Dall’altro lato, il lato americano della vicenda: nonostante la polemica, Grok cresce e diventa terzo per utilizzo negli USA. Ormai è un classico, attrito regolatorio in Europa, adozione “market-driven” altrove.
Il successo dell’AI di Musk non frena i dibattiti in USA sulle responsabilità d’uso, soprattutto sul fronte più infuocato: quello militare.
Secondo le ultime ricostruzioni, gli USA avrebbero utilizzato Claude per la loro operazione in Venezuela e il caso viene letto anche come chiave per capire lo scontro pubblico di Amodei con il Pentagono dei mesi scorsi. In quanto moltiplicatore operativo, l’AI applicata all’ambito militare è destinata ad avere conseguenze storiche. A tal proposito arriva dagli USA la dottrina bellica “AI First”, secondo cui si formalizza l’idea che la tecnologia generativa sia un asse portante della strategia militare.

Respinge una modifica software proposta da un agente artificiale: l'AI pubblica un articolo diffamatorio su di lui
"Hai cercato di proteggere il tuo piccolo feudo"
Fremono come sempre i posizionamenti commerciali ma con più cautela.
Mentre Apple lavora su tre nuovi dispositivi indossabili, Meta firma un accordo pluriennale con Nvidia per milioni di chip di ultima generazione. Intanto Zuckerberg brevetta un’idea da Black Mirror: un’AI per mantenere i social di un utente attivi in caso di assenza o morte. E se WordPress si appoggia a Gemini per proporre un assistente AI che disegna, scrive e corregge, Google si lancia nella musica con il nuovo generatore Lyria 3.
Ma è soprattutto OpenAI a inaugurare un nuovo momento espansivo. Mentre si avvicina al finanziamento da 100 miliardi di dollari (il più grande di sempre nel settore tech), amplia l’organico e assume il creatore di Openclaw Peter Steinberger per lavorare sugli agenti. Intanto affida a Charles Porch il compito di abbattere le barriere a Hollywood. La resistenza nel mondo del cinema all’AI è ancora alta, lo dimostra la nuova polemica virale sul video fake con dei falsi Tom Cruise e Brad Pitt. Negli USA l’idiosincrasia per OpenAI cresce anche con il movimento QuitGPT.
Ma le cose più interessanti avvengono dall’altra parte del mondo. L’emersione dell’India come terzo polo dell’AI è già stata teorizzata da molti e il vertice mondiale sulla governance dell’AI a Nuova Delhi sembra confermare questa visione. Il Paese è oggi terreno fertile, ricco di entusiasmi e di idee per adozioni su larga scala. L’AI, ad esempio, sta già rivoluzionando i programmi di sicurezza alimentare e gruppi come Adani o Reliance Industries sono in prima linea con investimenti miliardari in infrastrutture.
Attorno al vertice si concentrano molti dei principali interessi mondiali. Altman approfitta dell’occasione per lanciare nuovi moniti sulla regolamentazione, Anthropic annuncia il raddoppio del fatturato in India in quattro mesi, Nvidia punta a un’iniziativa a sostegno di startup e infrastrutture locali e l’ONU lancia sulla scia del summit una commissione sul controllo umano dell’AI. Microsoft presenta poi un piano da 50 miliardi di dollari per colmare il divario AI col Sud del mondo. Un’iniziativa, quest’ultima, che molto racconta della strategia globale: il sostegno delle Big Tech alle economie emergenti è in realtà una mossa anticipatoria per controllare la sovranità digitale. La parola chiave è sempre quella, sovranità.














