Il game changer di Anthropic (e altre notizie generative) | Weekly AI

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Il game changer di Anthropic (e altre notizie generative) | Weekly AI

L’equilibrio tra la frenesia delle Big Tech e la capacità del resto del mondo di assorbirla ha tutta l’aria di essere il tema centrale del 2026. Le super company accelerano su innovazioni e potenza di calcolo, ma lasciano al mondo esterno la responsabilità di governare l’impatto sociale della corsa all’AI.

OpenAI imposta un nuovo piano, che mira a potenziare le infrastrutture passando per la pubblicità. Gli annunci in ChatGPT, già ipotizzati a dicembre in seguito ad alcune modifiche sospette nel codice, stanno per arrivare davvero: i primi test negli Stati Uniti saranno implementati nel nuovo piano a pagamento ChatGPT Go. È un segnale chiaro della necessità di monetizzare massicciamente. OpenAI prova a gestire le economie anche sul piano territoriale: l’azienda presenta infatti Stargate Community, un piano per ridurre i costi energetici dei data center e pesare meno sulle comunità locali.

Sullo sfondo, perdura l’eterna battaglia legale di Musk, che ora chiede 134 miliardi di dollari di risarcimento a OpenAI e Microsoft. Altman mantiene la linea sul riposizionamento reputazionale del brand, mentre i progetti sulla sicurezza diventano sempre più una leva strategica. OpenAI punta sull’istruzione con Education for Countries e sulla tutela dei minori con uno strumento di previsione dell’età degli utenti su ChatGPT. In questa scia connette anche il settore della sanità (in enorme crescita) al sostegno degli ecosistemi economici: in collaborazione con la Gates Foundation, l’azienda lancia Horizon1000, un fondo da 50 milioni di dollari per portare l’AI nella sanità africana.

E in mezzo a tutto ciò, Altman festeggia anche uno scacco matto su un competitor in ascesa: due fondatori di Thinking Machines Lab fanno dietrofront e tornano in OpenAI. L’azienda della ex fedelissima di Altman, Mira Murati, inizia già a perdere pezzi.

Nonostante OpenAI domini, i competitor pianificano progetti di grande rilevanza. Letto da molti come una nuova implicita dichiarazione di resa, l’accordo tra Apple e Google per portare Gemini in Siri merita perlomeno attenzione sul piano esecutivo, perché con questa integrazione Apple punta davvero a rivoluzionare Siri dopo molti anni, trasformandola in un’AI conversazionale all’altezza dei competitor. Anche Meta fa passi avanti: il laboratorio Superintelligence Labs consegna i primi nuovi modelli che il CTO Andrew Bosworth definisce “molto promettenti”. Ma è Anthropic che sbanca davvero. Il nuovo Claude Cowork sembra sancire un cambiamento sostanziale nel panorama degli agenti: il tool, per ora in anteprima, è un’AI in grado di agire direttamente sul sistema operativo con facilità d’uso e alte performance. Un potenziale game changer per la categoria.

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La nuova “geopolitica del silicio” intanto modifica i ruoli di nazioni e continenti. Gli Stati Uniti estendono il controllo della filiera attraverso accordi con Israele e approvano una proposta di legge per ampliare i poteri del Congresso sull’export di chip AI. Gli interessi americani guardano anche all’Ucraina: il Paese, già supportato tecnologicamente da Palantir, offre i dati raccolti in quattro anni di combattimenti per la creazione di modelli AI, una vera “carta da giocare” nei negoziati per uscire dal conflitto. Nel frattempo, il fronte russo schiera l’AI come strumento di controllo, in una nuova stretta sulla censura web.

Sul piano normativo emergono movimenti significativi dall’Asia: la Corea del Sud introduce una legge organica sull’AI, proprio mentre rafforza i legami con l’Italia attraverso un accordo di cooperazione su intelligenza artificiale e semiconduttori.

Il costo sociale di tutta questa crescita, però, inizia a premere. Se da un lato, secondo le previsioni del FMI, il boom dell’AI trainerà la crescita economica globale per tutto il 2026 (il 35% delle PMI italiane utilizza già l’intelligenza artificiale nei processi produttivi), dall’altro tra i giovani lavoratori prevale la preoccupazione per l’impatto dell’AI. Anche un nuovo appello del Parlamento britannico accende un faro sull’incertezza. A confermare il monito sugli impatti sociali, negli Stati Uniti una società tech di risorse umane viene citata in giudizio per aver fornito alle aziende clienti dati sui candidati a loro insaputa tramite sistemi automatizzati.

Il dibattito sulle insidie dell’automazione cresce anche sul piano culturale e intreccia più livelli. YouTube promette una crociata contro l’AI slop, il “blob” di contenuti scadenti generati artificialmente: una battaglia paradossale, considerando che la piattaforma appartiene a Google, attuale leader dei video generativi. Dalla Svezia arriva poi un caso emblematico per il mondo della musica: una canzone AI viene esclusa dalla classifica ufficiale nazionale, nonostante milioni di ascolti. Ha senso, dunque, negare all’arte algoritmica lo status di arte se il pubblico la riconosce come tale?

Nemmeno a farlo apposta, uno studio indaga le similitudini tra il cervello umano e AI e conclude che la nostra mente penserebbe per contesti più di quanto crediamo, esattamente come gli LLM. Ci sono principi comuni, tra biologia e tecnologia nell’elaborazione del linguaggio. Forse è anche per questo che, nonostante tutto, l’AI ci appare sempre più familiare.


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