Mentre le Big Tech raccontano ai media di chatbot “quasi umani” e robot “empatici”, chi ha dato vita al ‘cervello’ elettronico – il microchip, o microprocessore – avverte che stiamo guardando dalla parte sbagliata.
Federico Faggin, fisico e inventore del primo microchip commerciale, oggi dedica la sua ricerca a un tema che i datacenter, con tutta la loro capacità di calcolo, non riescono nemmeno a sfiorare: la coscienza. Coscienza che, secondo Faggin, non è una conseguenza dell’attività cerebrale (‘replicabile’ attraverso reti neurali), ma, al contrario, una proprietà dei campi quantistici che plasmano la nostra realtà.
Il 4 giugno, dal palco del We Make Future di Bologna, è tornato a distinguere con fermezza ciò che rende l’uomo irriducibile alla macchina e, a margine dell’evento, lo abbiamo intervistato per capire perché l’intelligenza artificiale, per definizione, non potrà mai acquisire coscienza e come questo malinteso rischi di minare la nostra stessa umanità.
Chi è Federico Faggin?
Federico Faggin (Vicenza, 1941) è il fisico che nel 1968, alla Fairchild Semiconductor, sviluppò con Tom Klein la Silicon-Gate Technology (SGT), base di tutte le memorie MOS e dei microprocessori moderni. Guidò poi in Intel il progetto del primo microchip commerciale, l’Intel 4004 (1971), e contribuì allo sviluppo degli 8008 e 8080. Nel 1986 co-fondò Synaptics, dove brevettò il primo touchpad capacitivo usato nei notebook a partire dal 1994.
Dal 2011 dirige, con la moglie Elvia, la Federico & Elvia Faggin Foundation, che finanzia ricerche interdisciplinari sulla natura della coscienza presso università e centri di eccellenza statunitensi.
Nel suo intervento, ha parlato della differenza tra uomo e macchina e ha sottolineato più volte come l’intelligenza artificiale non potrà mai essere cosciente, proprio perché siamo diversi. Tuttavia, le Big Tech, per pubblicizzare i propri prodotti, utilizzano un linguaggio che tende ad antropomorfizzare queste macchine. Qual è il rischio associato a questo approccio?
Il rischio è di continuare a promuovere l’idea che siamo macchine, che è già quello che sostiene lo ‘scientismo’, ossia il materialismo, il riduzionismo che domina il pensiero scientifico oggi. E questo scientismo è una forma di religione, perché non è mai stato dimostrato che l’universo sia una macchina. Sono partiti da questo assunto come postulato e poi hanno creato le equazioni e tutto il resto.
Per lo scientismo, l’essere umano è una macchina e il libero arbitrio non esiste, quindi la coscienza non ha senso. La coscienza è sapere quello che voglio e, se so quello che voglio, devo avere un minimo di libertà di scegliere come esprimerlo. Eliminando il libero arbitrio, hanno eliminato la coscienza: questa diventa epifenomeno; il cervello è quello che decide, mentre la coscienza è informata dal cervello in qualche modo, ma non serve a niente.
Lo scientismo ha eliminato in partenza la nostra umanità, quindi è da lì che bisogna cambiare l’idea di chi siamo. E, d’altra parte, se consideriamo la nostra capacità di conoscere coscientemente attraverso esperienze e il fatto che abbiamo un modicum di libero arbitrio, sappiamo che queste proprietà non si possono ottenere da materia che non ha queste proprietà.
L’idea della proprietà emergente, come se potesse emergere una coscienza da ciò che non ha coscienza, non ha senso.
Quindi bisogna partire dalla coscienza, dal libero arbitrio, come punto fondamentale dell’inizio dell’universo. Se si parte da lì, si riesce a capire perché la fisica quantistica deve avere le proprietà che ha.
Partiamo con qualcosa che già sappiamo cos’è: sappiamo di avere un po’ di libero arbitrio e sappiamo di essere coscienti; il principio è self-evident, è evidente in se stesso. Così facendo, riusciamo a capire perché il mondo esteriore deve avere proprietà che sono coerenti con la coscienza e il libero arbitrio, cioè: l’informazione quantistica è privata e il collasso della funzione d’onda è una decisione di libero arbitrio del campo cosciente (un approfondimento sotto nel riquadro “Concetti e definizioni”, ndr). Se partiamo da questo, partiamo con i valori umani, invece di considerarli valori che non contano perché ‘tanto siamo macchine e quando moriamo non c’è più niente’, perché noi non siamo il corpo. Chi muore è il corpo, ma non chi siamo.
Concetti e definizioni
- Cos’è l’informazione quantistica? Con “informazione quantistica” si indica l’informazione codificata in un sistema quantistico. L’unità minima è il qubit (quantum bit), l’analogo quantistico del bit classico, che però può trovarsi in sovrapposizione di 0 e 1 finché non viene misurato. Immagina una moneta lanciata in aria: finché non cade sul tavolo, non è né testa né croce, ma tutte e due insieme. Quello stato doppio è lo stato quantistico.
- Perché Faggin la definisce “privata”? In quantistica vige il teorema di non-clonazione: non puoi fare una ‘fotocopia’ perfetta dello stato di quella moneta sospesa in aria. Solo la moneta ‘sa’ davvero com’è posizionata finché non la guardi. Faggin fa il paragone: la tua esperienza interiore – il colore rosso che vedi, il gusto del caffè che senti – è altrettanto impossibile da copiare. È “privata” proprio come l’informazione quantistica.
- Cos’è il collasso della funzione d’onda? Finché nessuno la osserva, la moneta è sia testa sia croce. Appena la osservi, la moneta ‘sceglie’ un lato. Questo passaggio da più possibilità a un solo risultato viene definito collasso.
- Dove entra in gioco il libero arbitrio? La teoria standard afferma che la moneta ‘sceglie’ a caso con certe probabilità. Faggin ritiene invece che siano i campi quantistici coscienti a scegliere. L’atto di percepire (o di prendere una decisione) è proprio la selezione di un esito quantistico, un piccolo atto di libero arbitrio.
- Cos’è un campo cosciente? Un campo cosciente è l’unità ontologica di base postulata da Federico Faggin: un campo quantistico dotato di autoconsapevolezza, identità e libero arbitrio. I campi plasmano la realtà fisica che percepiamo e, nel momento della misurazione/osservazione, scelgono l’esito facendo collassare la funzione d’onda. Il collasso non è quindi un accidente statistico, bensì un atto intenzionale di un campo quantistico.
Tornando alla risposta di Faggin, “l’informazione quantistica è privata e il collasso della funzione d’onda è una decisione di libero arbitrio del campo cosciente”.
La teoria di Faggin sulla coscienza
La teoria sviluppata da Faggin insieme a Giacomo Mauro D’Ariano – denominata “Quantum Information Panpsychism” (QIP) – propone che la coscienza non sia una proprietà emergente del cervello, quindi della materia, ma un aspetto fondamentale della realtà stessa: i campi quantistici – che esistono al di fuori dello spazio e del tempo – sono coscienti e dotati di libero arbitrio. Questi, compiendo ‘scelte’ tra le molte opzioni possibili (quantistiche), plasmano la nostra realtà. Tutto ciò che esiste è prodotto dalle decisioni di questi campi. Secondo la teoria, il nostro corpo è una ‘macchina’ quantistico-classica, una macchina biologica che è però operata dalle decisioni del libero arbitrio di questi campi quantistici coscienti, ciò che noi viviamo come ‘interiorità’. Al contrario, una macchina classica come il computer non potrà mai essere cosciente.
La differenza principale tra un essere umano e un computer è che “ogni cellula umana possiede la conoscenza potenziale dell’intero organismo (del corpo, ndr). Ogni cellula è una part-whole (parte-intero, ndr) e può cambiare, nel corso della sua vita, utilizzando la conoscenza potenziale dell’intero. E ogni essere umano, il cui corpo è costituito da trilioni di cellule, è un campo che a sua volta è una parte-intero della totalità di tutto ciò che esiste. Lo stesso pattern, ma su una scala differente. Invece, un microprocessore è costituito da ‘interruttori’ on/off e un interruttore non sa nulla dell’intero (del computer, ndr)”.
Inoltre – come ha più volte ribadito Faggin -, “un bit booleano, 0-1, è un simbolo astratto, è una convenzione umana rispettata in ogni circuito elettronico, ma non ha significato in sé, anche se può essere interpretata da un’entità cosciente (l’essere umano, ndr) che conosce il contesto in cui il bit esiste. Qualsiasi organizzazione di simboli astratti non può diventare cosciente perché quei simboli non sono espressione diretta della realtà interna e del libero arbitrio di un Sé cosciente”. Insomma, un computer è programmato e la sua attività non può evadere dalle regole imposte dal programma sulla base del quale opera.
Comprendendo il concetto di “coscienza”, si riesce anche a risolvere un problema percettivo legato all’intelligenza artificiale, che oggi viene spesso umanizzata.
Assolutamente, perché se siamo macchine, una macchina ci può superare. Ma se noi siamo più di una macchina e le sue proprietà non coincidono con le nostre proprietà, che vanno oltre quelle di una macchina, possiamo trovare un modo di lavorare insieme.
Altrimenti dobbiamo difenderci fin dall’inizio. Considerando il principio della sopravvivenza del più adatto, se la macchina è equiparata a noi, facciamo guerra con la macchina e questa ci può sopraffare. Invece di capire che la macchina è semplicemente un aiuto per la nostra evoluzione, abbiamo già dall’inizio il problema, cioè abbiamo già stacked the deck (‘truccato’ le carte, ndr) contro di noi. È ora di smetterla con queste storie.
Tenendo quindi come focus l’umanità, pensa che sia possibile concepire un progresso – alla luce degli sviluppi sempre più rapidi dell’AI – che sia sostenibile e a misura d’uomo?
Sì, ma solo se un numero sufficiente di noi cambia l’idea di chi siamo. Perché se non cambiamo l’idea di chi siamo, ci faremo ingannare dall’intelligenza artificiale controllata da coloro che vogliono essere i più potenti del mondo. È il principio competitivo invece del principio cooperativo. Il principio competitivo che oggi ci porta alle guerre, che ci ha portato alle guerre per gli ultimi 10 mila anni, e quindi, se continuiamo così, l’intelligenza artificiale diverrà un’arma più potente delle armi atomiche.

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Lei è stato capo-progetto nello sviluppo del primo microprocessore. Tra le tecnologie oggi in via di sviluppo, quale potrebbe avvicinarsi, in termini di impatto, a quello che il microchip ha avuto nella storia dell’informatica?
Direi che la tecnologia più fondamentale è quella della vita, che è una tecnologia a cavallo tra la realtà più profonda, dove esiste la coscienza e il libero arbitrio, e la realtà di questo mondo, dove esistono i computer.
Il corpo umano non è una macchina come un computer. Il corpo umano è una struttura quantistica classica di cui ignoriamo la complessità, è molto più sofisticata dei computer. E, malgrado questo, è una macchina. Mentre noi siamo ancora più della macchina-corpo, perché siamo un campo quantistico, cosciente e con libero arbitrio.














