Un tribunale di Hangzhou ha scritto una pagina storica nel rapporto tra intelligenza artificiale e diritti del lavoro. La sentenza, risalente alla fine di aprile e resa nota dall’agenzia statale Xinhua alla vigilia della Festa internazionale dei lavoratori, stabilisce che le aziende non possono licenziare un dipendente solo per sostituirlo con un sistema di AI più economico.
Il caso riguarda l’impiegato di un’azienda tecnologica cinese, addetto al controllo qualità di sistemi basati su modelli linguistici di AI, al quale era stato proposto un trasferimento di mansione con un taglio dello stipendio del 40% (passando da 25.000 a 15.000 yuan al mese, circa 1.900 euro). Dopo il suo rifiuto, il dipendente era stato licenziato. I giudici hanno però stabilito che l’adozione dell’AI non costituisce un “mutamento rilevante delle circostanze oggettive” e che i costi della trasformazione tecnologica non possono ricadere esclusivamente sui lavoratori.
Nei primi mesi del 2026, anche in Italia il Tribunale di Genova ha emesso una sentenza simile, bocciando il licenziamento di quattro lavoratori a causa di una riorganizzazione aziendale legata all’implementazione dell’AI. Secondo gli esperti, come l’avvocato Laura Biarella, questa pronuncia segna un punto di equilibrio tra innovazione e tutela dei diritti: “L’automazione non legittima automaticamente i licenziamenti. Il progresso tecnologico deve svilupparsi entro un quadro giuridico che continui a riconoscere centralità al lavoro umano”. Dati recenti mostrano che, solo nei primi tre mesi del 2026, 27.645 posti di lavoro sono stati tagliati negli Stati Uniti con l’AI tra le cause principali, un trend che la Cina sembra voler contrastare con decisioni giuridiche chiare.
La sentenza di Hangzhou apre un dibattito globale su come gestire l’impatto dell’AI sul lavoro. Mentre in Europa e negli USA molte aziende hanno finora agito con la logica che “se l’automazione riduce i costi, il taglio del personale è una conseguenza naturale”, la Cina introduce una distinzione fondamentale: ciò che la tecnologia rende possibile non coincide automaticamente con ciò che il diritto del lavoro consente. Come ha sottolineato la Corte, l’innovazione tecnologica deve convivere con la responsabilità sociale delle imprese, che non possono scaricare sui dipendenti i rischi economici delle proprie scelte. Un messaggio che, in un’epoca di rapida digitalizzazione, potrebbe ispirare anche altri Paesi a tutelare i lavoratori dall’automazione.

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Solo il 37% delle PMI intervistate dispone però di una…














