La fondazione non-profit che controlla OpenAI ha annunciato uno stanziamento iniziale di 250 milioni di dollari in sovvenzioni, partnership e programmi diretti, con l’obiettivo di aiutare lavoratori ed economie ad affrontare i cambiamenti nel mercato del lavoro causati dall’intelligenza artificiale.
È la prima mossa concreta di questo tipo da parte dell’OpenAI Foundation, e arriva in un momento in cui il dibattito sui licenziamenti causati dall’AI è passato dalla teoria alla realtà. Nelle parole della stessa fondazione: “I sistemi economici esistono, in linea di principio, per dare alle persone sicurezza, autonomia e la capacità di costruire vite significative. Troppo spesso non ci riescono”, e l’AI, aggiungono, “porterà a enormi cambiamenti economici”, con profonda incertezza su quanto velocemente si manifesteranno.
I numeri del fenomeno sono già eloquenti. Solo nel primo trimestre del 2026, il settore tecnologico ha tagliato quasi 80.000 posizioni, con circa la metà riconducibile all’AI. Block ha eliminato 4.000 posti di lavoro, Standard Chartered ne ha annunciati 7.000, entrambe citando esplicitamente i guadagni di efficienza ottenuti grazie all’AI. Anche Amazon e Meta hanno avviato tagli rispettivamente di 16.000 e 8.000 dipendenti. I fondi della fondazione punteranno su tre fronti: ricerca sull’impatto dell’AI sul mercato del lavoro, supporto immediato alle comunità che fronteggiano perdite di posti, e sperimentazione di politiche per una distribuzione più equa dei profitti generati dall’AI.
Non mancano però le letture più critiche. L’annuncio coincide con la preparazione di OpenAI a una quotazione in borsa, sotto crescenti pressioni politiche riguardo al suo impatto sull’occupazione. C’è chi interpreta i 250 milioni come una mossa strategica per costruire una narrativa di responsabilità sociale prima dello sbarco sui mercati pubblici, più che come una risposta genuina al problema. La stessa fondazione ammette di non avere ancora buone risposte alle domande fondamentali su come l’AI stia cambiando l’economia, il che rende difficile valutare se le risorse stanziate saranno davvero sufficienti. “La finestra per fare la cosa giusta è più stretta di quanto siamo abituati, e il costo di sbagliare è immenso”, ha dichiarato la fondazione.

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