Da molti definito il “Bloomberg italiano“, Andrea Pignataro è da pochi giorni l’uomo più ricco del nostro Paese. Trader con grande esperienza in numeri e algoritmi, fondatore del gruppo ION Investment Group, di recente ha pubblicato un breve saggio dal titolo “The Wrong Apocalypse” in cui analizza le modalità con cui il mercato sta integrando l’intelligenza artificiale. Secondo lui, il grosso delle preoccupazioni mondiali sono concentrate negli aspetti errati.
Questione di linguaggio
Se il grosso degli osservatori analizza la capacità dell’AI di eseguire compiti, sottovaluta l’importanza della capacità dell’AI di comprendere il “gioco linguistico istituzionale” in cui quel compito è inserito. Un processo che “si misura in anni e decenni, non in trimestri“.
Secondo Pignataro, la questione solitamente non dibattuta quando si parla di AI è in definitiva quella del linguaggio. “Ogni organizzazione è un complesso insieme di pratiche comunicative. Non sono scritti in nessun manuale. Si apprendono attraverso la partecipazione e sono rafforzati dalle dinamiche sociali dell’organizzazione“. La capacità per una macchina di eseguire i compiti necessari per il mantenimento di quelle strutture, non implica che ne comprenda automaticamente i funzionamenti.
Il fatto che le aziende confondano la capacità delle AI di “fare” con la capacità di “appartenere” è secondo Pignataro il principale pericolo per il futuro della società e del mercato.
Una forma di autodistruzione
L’imprenditore approfondisce poi concetto di “Autodistruzione Collettiva“: le aziende che si affidano collettivamente agli stessi modelli LLM per lavorare (di super company come OpenAI, Anthropic o Google), insegnano a quei modelli come appaiono i giochi linguistici del lavoro, nella forma, la struttura e la grammatica. L’utilizzo di massa rende così le big tech, di fatto, onniscienti. “La piattaforma AI – scrive – accumula una cartografia del gioco linguistico della consulenza a un livello di risoluzione che nessuna singola azienda possiede di sé stessa“. Con l’effetto che le piattaforme stesse accumulano informazioni che permetteranno l’automazione di sempre più porzioni di lavoro. Più le aziende usano le principali AI e più contribuiscono alla “disintermediazione” dei loro settori.
Possibile antidoto
“La domanda che dovremmo porci – conclude Pignataro – non è se l’AI possa fare quello che fa il software. Ma cosa succede al tessuto istituzionale della civiltà quando le entità che lo tengono insieme non sono più necessarie“. In sostanza, a cosa servono gli esseri umani. Proprio per questo l’imprenditore spezza una (paradossale) lancia a favore della frammentazione normativa europea rispetto all’impostazione “libera e rapida” americana. “Potrebbe rivelarsi un freno alla cascata. Gli stessi attriti istituzionali che rallentano l’adozione dell’AI rallentano anche ogni fase del meccanismo di trasmissione. Non impediscono la disruption, ma ostacolano la velocità con cui la disruption in un livello si propaga al successivo“. Forse il vantaggio dell’Europa risiede proprio nella sua cautela.

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