Negli ultimi giorni OpenAI ha pubblicato un aggiornamento del suo vademecum valoriale con cinque principi in risposta ai tempi che viviamo. Pochi giorni prima Palantir aveva pubblicato dal suo account X un manifesto politico di 22 punti che chiarivano (e annuciavano) un posizionamento per guidare la società occidentale del futuro. Quest’ultimo era di fatto un post pubblicitario del libro del CEO Alex Karp The Technological Republic, tuttavia la sfrontatezza e il tono asciutto e apocalittico hanno fatto il giro del mondo. La coincidenza temporale tra le due pubblicazioni produce un effetto di coro e si possono individuare punti di contatto profondi e strutturali. Le aziende stanno uscendo dalla categoria di “tech company” per entrare in quella di “istituzione di sistema”.
Legittimazione storica
Entrambi i documenti sono innanzitutto atti di auto-definizione pubblica funzionali a scrivere la “cornice narrativa legittima” dell’AI mentre questa diventa infrastruttura di potere globale.
Sono costruiri attorno allo stesso artificio retorico secondo cui quelle del nuovo tech non sono solo aziende, ma sono agenti della storia. Palantir lo suggerisce parlando di declino e rinascita delle civiltà nel linguaggio della destra realista (tra hard power, deterrenza e servizio militare). OpenAI invece regala nuove promesse universali con un linguaggio più vicino alla sinistra progressista (prosperità universale, democrazia, inclusione). Il risultato è che, insieme, le due aziende coprono quasi tutto lo spettro politico con la stessa sostanza che sembra dire: “Il tech americano deve essere infrastruttura di Stato“.
L’effetto finale è quello di un’elevazione al di sopra della categoria di “player economico” per diventare soggetti politici prima e religiosi poi, quando emergono elementi che fanno sembrare che queste aziende si sentano di fatto predestinate per guidare il mondo.
L’inevitabilità del potere
Nei punti 5 e 12 di Palantir (“il problema non è se verranno costruite armi AI, ma da chi“) riecheggia esattamente la logica di resilienza di OpenAI (“potrebbero esistere AI che facilitino la creazione di un nuovo agente patogeno e avremmo bisogno di un approccio a livello sociale per difenderci“). Entrambi usano l’argomento della minaccia esterna (potenziata dall’AI, che nel loro racconto è per definizione imprevedibile sia in negativo che in positivo) per giustificare la propria espansione.
OpenAI dichiara di voler “resistere alla concentrazione di potere” proprio alle porte dell’ingresso in borsa al più alto livello di valutazione della storia. Anche Palantir parla di debito morale verso la nazione. Entrambi costruiscono una narrativa dove la loro accumulazione di potere è presentata come un inevitabile servizio al pubblico e si collocano (in particolare Palantir) in una teleologia per cui il tech americano è il garante del progresso umano. Ma il mercato americano, da solo, non soddisfa la fame di questo nuovo sistema. Le due aziende ammettono esplicitamente che il mercato fallisce, servono nuovi modelli economici e lo Stato non deve essere regolatore, bensì partner allineato della loro visione.

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Prima delle regole
Quello che entrambi i documenti fanno, al netto della retorica, è anticipare la regolazione. Il messaggio implicito è che se le AI sono indispensabili alla sicurezza nazionale e alla prosperità umana, chi regola troppo le super aziende principali rappresenta una minaccia per entrambe.
Implicitamente, è l’espressione di una classe tecnologica che considera i propri principi costitutivi di importanza esistenziale e dunque intoccabili.
“Se va bene è grazie a noi, se va male è a causa vostra”
OpenAI, ancora più furbamente, piazza nel suo manifesto un assioma legale ancora prima ancora che politico. Nel terzo punto del suo piccolo elenco (quello dall’enfatico titolo “Prosperità universale“), Sam Altman scrive:
“Desideriamo un futuro in cui tutti possano godere di una vita eccellente. Affinché la prosperità si realizzi pienamente e sia ampiamente condivisa (grazie alla tecnologia da loro inventata, ndr), riteniamo che i nostri governi debbano prendere in considerazione nuovi modelli economici per garantire che tutti possano partecipare alla creazione di valore che si sta verificando e che sia necessario costruire enormi infrastrutture di intelligenza artificiale e sviluppare nuove tecnologie per ridurre drasticamente i costi di tali infrastrutture. Molte delle cose che facciamo (…) e che possono sembrare strane sono motivate dalla nostra profonda convinzione in un futuro di prosperità universale“.
Se la prosperità universale non arriva, insomma, è perché i governi non hanno saputo redistribuire. Se emergono rischi, è perché la società non si è adattata abbastanza velocemente.
Altman rivendica la paternità dell’innovazione che può cambiare in meglio le sorti dell’umanità ma rimanda all’esterno (i governi o altre strutture) la responsabilità di gestire i problemi che ne deriveranno. Ѐ un fornitore di opportunità, non il responsabile degli esiti. Il tutto suona come: “Se va bene è grazie a noi, se va male è a causa vostra“.
Non giudicare, ma adattarsi
È una forma sofisticata di quello che in diritto si chiamerebbe limitation of liability, scritta però nel linguaggio dei valori.
Palantir compie una mossa analoga sul piano militare e geopolitico. Il suo punto 5 (“la domanda non è se verranno costruite armi AI, ma chi le costruirà“) è un argomento di fatalismo strategico. Significa: “noi non siamo la causa del rischio, siamo la risposta al rischio“. Se qualcosa va storto con le armi AI, la responsabilità ricade su chi non ha voluto costruirle (non certo Palantir insomma), perché gli avversari le hanno costruite comunque.
Sam Altman aggiunge un altro punto interessante. Dopo aver invocato la necessità di garantire anche lo sviluppo infrastrutturale (ovviamente guidato dalla sua azienda), rassicura anche in merito all’apparente “stranezza” dell’agire delle big tech. Secondo “il nuovo zio Sam”, la sua azienda (e i competitor per estensione) sono i depositari del nostro futuro. Se abbiamo sospetti sulle loro attività, non dovremmo allarmarci, né chiedere, né indagare. Attraverso le loro promesse, le Big Tech richiedono il campo libero per lavorare indipendentemente dalle nostre opinioni. Il compito delle persone non è quello del giudizio, ma quello dell’adattamento.
Entrambe le aziende costruiscono quello che potremmo chiamare un “argomento della necessità inevitabile“. Storicamente, è sempre stato il modo più efficace per eludere il giudizio morale.
Arroganza o insicurezza?
C’è un’assenza che attraversa entrambi i documenti e che diventa più eloquente di qualsiasi affermazione esplicita: nessuno dei due contiene frasi come “se le cose vanno male per responsabilità nostra, ecco cosa accadrà“. Gli impegni sono accennati, ma rimangono vaghi e privi di struttura.
E viene il dubbio che l’assenza di accountability concreta non nasconda arroganza, bensì una profonda insicurezza mascherata da infallibilità. Dichiarare principi universali senza vincolarsi a conseguenze misurabili è anche un modo per non dover mai ammettere di aver sbagliato.
Questo apre a una domanda sui destinatari reali di entrambi i testi. La società civile e i governi sono nominati, ma non sono i lettori più consequenziali. Lo sono invece gli investitori, i fondi sovrani, i mercati. Per quel pubblico, documenti che dichiarano missioni storiche e ancoraggio a valori universali, svolge la funzione di aprire le code di pavone e mostrarsi molto più splendenti, forse, di quello che si è realmente.
Un dubbio rimane, dunque, sul vero significato di questi scritti. Rappresentano una genuina volontà di potenza delle big tech o sono invece la prova che alzare la voce è diventato necessario per un mercato che inizia, silenziosamente, a non prendere più sempre sul serio?

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