L’intelligenza artificiale sta abbattendo molte barriere linguistiche, ma rischia di crearne di nuove. A lanciare l’allarme è uno studio pubblicato nei Proceedings of Machine Learning Research e rilanciato in questi giorni dalla rivista African Business: il 98% delle oltre 2.000 lingue africane non è adeguatamente supportato dai grandi modelli linguistici che alimentano chatbot e assistenti come ChatGPT, Gemini o Claude.
Solo quattro lingue (amarico, swahili, afrikaans e malgascio) dispongono oggi di una copertura considerata soddisfacente. Il dato mette in evidenza un problema spesso trascurato nel dibattito sull’AI. Se un modello non conosce una lingua, milioni di persone rischiano di restare escluse dai servizi digitali del futuro, dall’istruzione alla sanità, fino alla pubblica amministrazione.
Alla base del fenomeno c’è soprattutto una questione di dati. I grandi modelli linguistici vengono addestrati su enormi quantità di testi disponibili online, ma molte lingue africane hanno una presenza digitale limitata, con pochi libri digitalizzati, siti web e archivi testuali. «Ci sono poche lingue ricche di risorse», spiega Roberto Navigli, professore di Natural Language Processing alla Sapienza Università di Roma. «Le aziende che sviluppano i grandi modelli linguistici non sono interessate a investire sulle lingue per cui esistono meno contenuti sul web».
Il risultato è un circolo vizioso. Meno dati significano modelli meno accurati, e modelli meno accurati producono strumenti poco utilizzabili dalle comunità che parlano quelle lingue. Non si tratta solo di traduzioni imperfette, ma del rischio di perdere sfumature culturali, modi di dire e conoscenze locali, favorendo una progressiva omologazione linguistica.
Non mancano però i segnali di cambiamento. Negli ultimi mesi sono aumentate le iniziative per sviluppare modelli di AI progettati direttamente in Africa e addestrati sulle lingue locali. Progetti come LugandaGPT o il programma African AI Language Models puntano a costruire tecnologie più rappresentative delle realtà linguistiche del continente, mentre Microsoft ha recentemente lanciato il programma LINGUA Africa per finanziare ricerca, dati e capacità di calcolo destinati a team africani.
«Il futuro dell’AI deve essere plasmato dalle persone che serve», ha dichiarato Chenai Chair, direttrice del Masakhane African Languages Hub, sottolineando l’importanza di sostenere soluzioni sviluppate localmente. La sfida, quindi, non è soltanto rendere l’AI più potente, ma anche più inclusiva. Perché un’AI che comprende solo le lingue dominanti rischia di ampliare il divario digitale invece di ridurlo, lasciando ai margini centinaia di milioni di persone.

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