Microsoft ha emesso 20 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente nel 2025, il 25% in più rispetto alle 16 milioni dell’anno precedente. Il dato arriva dall’ultimo rapporto annuale sulla sostenibilità dell’azienda e segna uno dei peggiori risultati climatici della sua storia recente. La causa principale è la costruzione massiccia di nuovi data center per l’intelligenza artificiale.
Le emissioni di Scope 2 — quelle legate all’energia elettrica acquistata — sono passate dal 2% al 13% del totale. Un balzo che riflette tanto la crescita dei consumi quanto la decisione di sospendere l’acquisto di certificati verdi cosiddetti “non-addizionali”, quelli che non contribuiscono direttamente allo sviluppo di nuova energia pulita. Microsoft dice che questa scelta, nel breve periodo, fa salire i numeri, ma punta a sviluppare energia carbon-free reale invece di compensare con crediti di carta. Le emissioni di Scope 3 rimangono la fetta più grande del totale: gli acquisti di beni capitali — acciaio, cemento, server, chip — rappresentano da soli il 44,5% dell’intera impronta carbonica aziendale.
Nel 2020 Microsoft aveva annunciato l’ambizioso obiettivo di diventare carbon negative entro il 2030, cioè di rimuovere dall’atmosfera più carbonio di quanto ne produce. Oggi quell’obiettivo è a quattro anni di distanza e la traiettoria va nella direzione opposta. La Chief Sustainability Officer Melanie Nakagawa ha evitato di confermare esplicitamente che l’azienda sia ancora in linea con la scadenza, limitandosi a ribadire l’impegno generale. Brad Smith, presidente di Microsoft, ha scritto nel rapporto che le soluzioni di sostenibilità “non stanno crescendo abbastanza in fretta per stare al passo con la domanda”. Un’ammissione rara per un documento ufficiale.
Non è un problema solo di Microsoft. Google ha registrato un aumento del 18% nelle emissioni della sua catena di fornitura nell’ultimo rapporto, mentre Amazon ha dichiarato un incremento complessivo del 16%. Secondo la società finanziaria Jefferies, Amazon, Google, Microsoft e Meta controllano circa due terzi della capacità energetica dei primi 15 data center monitorati a livello globale. Le scelte di questi quattro player pesano sull’intera industria. Nel frattempo le pressioni politiche crescono: diversi stati americani stanno valutando moratorie o regolamenti più severi per frenare la diffusione di infrastrutture che consumano terra, acqua e corrente elettrica.
Microsoft non è rimasta ferma sul fronte delle compensazioni: nel corso del 2025 ha contratto progetti per rimuovere oltre 45 milioni di tonnellate di carbonio, distribuiti su 29 iniziative in cinque continenti. Ha anche raggiunto la neutralità idrica per la prima volta, restituendo più acqua di quanta ne abbia consumata — 14 milioni di metri cubi. Il 92% dei server dismessi è stato riusato o riciclato. Sono progressi reali, ma che convivono con un volume di emissioni in rapida crescita. Il recente accordo con Chevron per alimentare un campus di data center in Texas occidentale con una centrale a gas naturale costruita appositamente complica ulteriormente il quadro, anche se non rientra nel perimetro del rapporto pubblicato.
Il 2030 è vicino. Se la costruzione di infrastrutture IA continuerà a questi ritmi — e tutto lascia pensare di sì — l’obiettivo carbon negative di Microsoft assomiglia sempre più a una promessa che i numeri attuali non riescono a sostenere. Il vero nodo non è la volontà dichiarata, ma la velocità con cui le soluzioni energetiche pulite riescono a coprire una domanda che cresce ogni trimestre.














