Sulla costa orientale dell’India, dove le onde del Mar Arabico si infrangono contro le scogliere del Golfo del Bengala, si sta giocando una delle sfide più ambiziose e controverse del settore tecnologico globale. Google ha annunciato un investimento da 15 miliardi di dollari per costruire quello che sarà uno dei più grandi data center del paese, un’infrastruttura destinata a supportare la prossima generazione di applicazioni di intelligenza artificiale. Ma il progetto, che dovrebbe sorgere nella città portuale di Visakhapatnam, nel sud dell’India, sta già scatenando una forte opposizione da parte di ambientalisti, comunità locali e autorità, preoccupate per l’impatto che un’opera di questa portata potrebbe avere sulle risorse idriche e sugli ecosistemi già fragili della regione.
L’annuncio di Google risale all’ottobre del 2025, quando l’azienda ha dichiarato di voler investire 15 miliardi di dollari in cinque anni per costruire un data center dedicato all’AI nella parte meridionale dell’India. La scelta di Visakhapatnam, una città in rapida crescita economica e tecnologica, non è casuale. La posizione strategica, vicino a un porto e con una rete infrastrutturale in espansione, la rende un hub ideale per le grandi aziende del settore. Tuttavia, proprio la posizione costiera e la vicinanza a riserve naturali e aree agricole stanno alimentando le preoccupazioni.
Secondo i dati della BBC, il consumo di acqua dei data center in India è destinato a più che raddoppiare entro il 2030, passando da 150 miliardi di litri nel 2025 a 358 miliardi di litri. Un aumento che rischia di mettere a dura prova le risorse idriche di una nazione già alle prese con periodi di siccità sempre più frequenti e una popolazione in crescita. I data center sono diventati simboli di un modello di sviluppo insostenibile, soprattutto in un paese dove milioni di persone vivono in condizioni di scarsità idrica.
Il progetto di Google non è isolato. L’India sta diventando uno dei principali poli per la costruzione di data center, attratti dai costi competitivi, dalla disponibilità di manodopera qualificata e da politiche governative favorevoli. Tuttavia, proprio la concentrazione di queste infrastrutture sta sollevando interrogativi su tre fronti principali: l’acqua, l’energia e l’impatto ambientale.
I data center sono notoriamente assetati di risorse idriche. Secondo uno studio dell’ONU citato da Reuters, entro il 2030 il settore potrebbe consumare il 2% dell’intera domanda globale di acqua, una cifra che appare ancora più preoccupante in un paese come l’India. A Visakhapatnam, dove il progetto di Google dovrebbe sorgere, le comunità locali temono che l’operazione possa esaurire le falde acquifere già sotto pressione a causa dell’agricoltura intensiva e dell’urbanizzazione incontrollata.
Un altro punto critico riguarda il consumo energetico. I data center sono tra i maggiori consumatori di elettricità al mondo, e in un paese come l’India, dove la produzione energetica dipende ancora per oltre il 70% da fonti fossili, la loro espansione solleva dubbi sulla sostenibilità ambientale. Google ha promesso di utilizzare energie rinnovabili per alimentare il data center, ma ambientalisti e analisti mettono in dubbio la reale fattibilità di questa transizione, soprattutto in una regione dove la rete elettrica è ancora instabile e dipendente dal carbone.
Visakhapatnam è circondata da aree naturali protette e riserve marine. La costruzione del data center, che richiederà vaste aree di terreno, potrebbe disturbare habitat già minacciati da inquinamento e cambiamenti climatici. Secondo un rapporto del Centre for Science and Environment di Nuova Delhi, la regione ospita specie rare di uccelli migratori e una biodiversità marina unica, che rischia di essere compromessa da opere di questo tipo.
Di fronte alle critiche, Google ha cercato di rassicurare, affermando che il progetto sarà sviluppato nel rispetto dell’ambiente e delle comunità locali. Stiamo lavorando a stretto contatto con le autorità locali e gli stakeholder per minimizzare l’impatto ambientale, ha dichiarato un portavoce dell’azienda a Reuters. Tuttavia, le promesse di sostenibilità avanzate dalle grandi tech company sono spesso oggetto di scetticismo, soprattutto in un paese come l’India, dove la regolamentazione ambientale è ancora debole e le sanzioni per violazioni spesso tardano ad arrivare.
Un precedente significativo è quello di Amazon, che a giugno 2026 ha dovuto giustificare le proprie politiche di consumo idrico in India, annunciando obiettivi di “water positivity” per i propri data center entro il 2030. Anche Microsoft e Alphabet hanno recentemente abbandonato progetti di data center negli Stati Uniti a causa di opposizioni simili da parte di comunità locali e autorità ambientali.
Secondo un rapporto della International Energy Agency, l’India è il terzo paese al mondo per consumo di elettricità nei data center, dopo Stati Uniti e Cina. E se da un lato l’espansione di queste infrastrutture potrebbe creare migliaia di posti di lavoro e spingere la crescita economica, dall’altro rischia di esacerbare le disuguaglianze e i problemi ambientali che affliggono il paese.
Il progetto di Google è ancora in fase di valutazione ambientale, ma le proteste stanno già crescendo. Le autorità locali hanno promesso di valutare attentamente l’impatto del data center, ma il tempo stringe. Secondo le stime, la domanda di infrastrutture per l’AI in India è destinata a crescere del 20% annuo nei prossimi cinque anni, e Visakhapatnam non è l’unica città sotto pressione.
Mentre le grandi aziende tech continuano a investire, la sfida per l’India sarà quella di regolare un settore in rapida espansione, senza sacrificare l’ambiente e il benessere delle comunità locali. Un obiettivo difficile, ma non impossibile — a patto che la politica, le aziende e la società civile riescano a trovare un terreno comune.
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