Data center AI: 156 miliardi bloccati dalla rivolta delle comunità

La corsa alla costruzione di data center per l'intelligenza artificiale si scontra con una resistenza crescente: nel 2025 proteste e opposizioni locali hanno bloccato o cancellato progetti per 156 miliardi di dollari negli Stati Uniti. Inquinamento, consumi idrici ed energetici alimentano una contestazione che ora coinvolge 40 stati.

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Data center AI: 156 miliardi bloccati dalla rivolta delle comunità

Nel 2025, l’opposizione locale ai data center per l’intelligenza artificiale ha fermato o cancellato progetti per 156 miliardi di dollari negli Stati Uniti. Non si tratta di qualche comitato di quartiere isolato: almeno 188 gruppi attivi in 40 stati americani si oppongono alla costruzione di nuove strutture, e almeno 12 stati hanno presentato proposte di moratoria sui permessi edilizi. I numeri parlano da soli.

Il malessere ha radici concrete. Un data center di medie dimensioni consuma ogni giorno tanta acqua quanta ne usa una piccola città, mentre quelli di grandi dimensioni arrivano fino a 5 milioni di galloni al giorno, l’equivalente di una città da 50.000 abitanti. Le cancellazioni di progetti sono quadruplicate tra il 2024 e il 2025, passando da sei a venticinque. La domanda di elettricità del settore è cresciuta del 17% nel solo 2025, a fronte di un aumento della domanda globale del 3%, e secondo le previsioni dell’Agenzia internazionale per l’energia raddoppierà entro il 2030. Per le strutture dedicate all’AI, si parla di un triplicarsi dei consumi.

I costi ricadono sulle famiglie. Negli stati con alta concentrazione di data center, le bollette elettriche sono aumentate fino al 267% negli ultimi cinque anni. Il 2025 ha prodotto aumenti tariffari per oltre 60 miliardi di dollari a livello nazionale, con gli americani che hanno pagato in media quasi il 10% in più rispetto all’anno precedente. Le promesse occupazionali dei costruttori reggono poco all’esame: una struttura impiega in media 1.688 lavoratori durante i cantieri, ma una volta operativa ne mantiene solo 157 a tempo indeterminato.

L’inquinamento è l’altro fronte aperto. Molti data center fanno ancora affidamento su generatori a gas naturale privati, non collegati alla rete pubblica, gestiti direttamente da aziende come Meta o xAI di Elon Musk. Le emissioni di particolato fine aumentano i rischi per la salute pubblica: secondo alcune stime, potrebbero causare fino a 1.300 morti premature l’anno entro il 2030, con un costo sociale stimato intorno ai 20 miliardi di dollari annui. Il progetto Stargate di OpenAI e Oracle nel Michigan — da 7 miliardi di dollari — ha acceso i riflettori su una pratica diffusa: sfruttare scappatoie normative per aggirare i limiti sulle emissioni, con un apporto potenziale di 1,5 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno. In risposta, a gennaio 2026 oltre 200 residenti hanno assediato le riunioni comunali, bloccando la seconda fase dei lavori fino all’introduzione di tetti più severi sulle emissioni.

Il sondaggio Gallup del marzo 2026 fotografa la situazione in modo netto: il 70% degli intervistati si oppone alla costruzione di nuovi data center AI nel proprio quartiere. Il 18 luglio scorso si sono tenute 142 manifestazioni coordinate in 42 stati americani. Un movimento che, a differenza di altre battaglie ambientali, non è guidato da organizzazioni nazionali ma nasce dal basso: residenti che si organizzano su Facebook, che si presentano alle assemblee comunali, che fanno ricorso ai tribunali amministrativi.

Il settore tecnologico ha risposto con impegni su energia rinnovabile, accordi di acquisto di energia pulita e un interesse crescente per il nucleare e il geotermico. Ma la velocità con cui crescono i consumi rende difficile capire se queste misure siano sufficienti. La posta in gioco va oltre la singola bolletta o il singolo progetto: la traiettoria attuale mette in discussione la sostenibilità del modello con cui l’industria AI ha costruito la propria infrastruttura fisica. Se le comunità continueranno a bloccare i cantieri e i legislatori a inasprire le regole, le grandi aziende dovranno scegliere tra rallentare l’espansione o trovare soluzioni tecniche che oggi non esistono ancora su scala industriale.


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