C’è qualcosa di inedito nella politica statunitense del 2026. Bernie Sanders, il senatore socialista del Vermont, e Steve Bannon, il guru del nazionalismo MAGA, si trovano sullo stesso fronte. Il bersaglio comune sono i colossi dell’intelligenza artificiale e i miliardari della Silicon Valley che li sostengono.
Non è un’alleanza ideologica, i due sono agli antipodi politicamente, ma un sintomo di qualcosa di più profondo: l’AI è diventata la questione più trasversale e potenzialmente esplosiva in vista delle elezioni di midterm di novembre 2026. Sanders ha proposto una moratoria totale sulla costruzione dei data center che alimentano il boom dell’AI, dichiarando: “Questo processo si muove molto, molto velocemente, e dobbiamo rallentarlo. Abbiamo bisogno che tutti i cittadini partecipino alla decisione sul futuro dell’AI, non solo una manciata di multimiliardari.” Bannon, dal canto suo, ha dichiarato alla CNN che “la strada verso il potere in America passa per il cancello anti-oligarchi tech.” Due visioni del mondo opposte, ma una direzione unica.
I numeri spiegano perché questa coalizione improbabile ha terreno fertile. Secondo l’ultimo sondaggio Quinnipiac (marzo 2026), il 70% degli statunitensi ritiene che l’AI ridurrà i posti di lavoro disponibili, il 76% non si fida delle risposte generate dall’AI e il 55% crede che farà più male che bene nella vita quotidiana. La sfiducia non riguarda solo i chatbot. Nei soli primi quattro mesi del 2026, i cittadini statunitensi hanno respinto o limitato più progetti di data center di quanti non ne abbiano bloccati in tutto il 2025, 79 casi contro 49. Un sondaggio Quinnipiac rileva che il 78% dei democratici, il 66% degli indipendenti e il 56% dei repubblicani si oppone alla costruzione di data center nella propria comunità, citando preoccupazioni su costi dell’elettricità, consumo idrico e inquinamento acustico. Robert Bryce, giornalista energetico che da sedici anni segue le rivolte locali contro le infrastrutture, ha dichiarato di non aver mai visto nulla di simile.
Di fronte a questa ondata, l’industria tech ha scelto la strada dei soldi. Il SuperPAC, gruppo di influenza politica, Leading the Future, finanziato dal co-fondatore di OpenAI Greg Brockman e dalla società di venture capital Andreessen Horowitz, prevede di spendere circa 125 milioni di dollari nel ciclo elettorale del 2026 e ha già indirizzato cifre a sette zeri in primarie contestate.
Invece di fare campagna esplicitamente sull’AI, i gruppi pro-tech stanno puntando su temi caldi come immigrazione, sanità e Trump, evitando di mettere il nome dell’AI negli spot. Sul fronte opposto, il SuperPAC Public First, a cui Anthropic ha destinato almeno 20 milioni di dollari, sostiene invece una regolamentazione più severa e candida politici che si impegnino a tutelare i lavoratori dall’automazione.
Brad Carson, ex deputato democratico che guida il gruppo, ha sintetizzato così la posta in gioco: “I cittadini sono preoccupati per il costo della vita, per la corruzione, per sapere se l’economia lavora per la gente comune o solo per i miliardari tech. Crediamo che queste preoccupazioni siano inseparabili dall’AI.” Con oltre 322 milioni di dollari già in campo tra SuperPAC pro e anti-AI, le elezioni di novembre si preannunciano come il primo vero referendum democratico sul futuro dell’AI.

I Data center AI stanno invadendo l'America rurale
La tensione è tra chi vede questi impianti come un'opportunità…














