Il Consiglio dei Ministri ha approvato in via preliminare due decreti legislativi che danno attuazione in Italia alla legge n. 132 del 2025, recependo così il regolamento europeo sull’AI Act. Si tratta del primo quadro normativo organico nel nostro Paese, ma non senza polemiche e compromessi politici. I decreti, infatti, hanno subito modifiche sostanziali rispetto alle bozze iniziali, soprattutto su due fronti caldi: l’uso del riconoscimento facciale da parte delle forze dell’ordine e la tutela dei lavoratori contro decisioni automatizzate nei rapporti di lavoro.
Secondo quanto previsto dai decreti, l’uso di tecnologie di riconoscimento facciale è ammesso solo a posteriori, cioè dopo la commissione di un reato, e sempre sotto stretta autorizzazione di un magistrato. Una limitazione che, nelle intenzioni del Governo, dovrebbe scongiurare abusi e garantire un controllo giudiziario sulle attività di polizia.
Tuttavia, le pressioni politiche hanno portato a una versione “mutilata” del testo originario. In particolare, Forza Italia ha spinto per ridurre i vincoli, arrivando a un compromesso che, secondo le opposizioni, rischia di allargare troppo le maglie del controllo biometrico. Il Garante per la protezione dei dati personali ha comunque posto paletti importanti, soprattutto sulla gestione dei dati raccolti e sulla loro cancellazione dopo l’uso.
Un altro elemento di tensione riguarda il confronto con l’Unione Europea. Bruxelles ha più volte ricordato che l’AI Act vieta esplicitamente il riconoscimento facciale negli spazi pubblici accessibili, a meno che non sia previsto da eccezioni nazionali rigorosamente circoscritte. L’Italia, con questi decreti, sembra voler testare i limiti di tale divieto, diventando uno dei primi Paesi europei a muoversi in questa direzione.
Se il riconoscimento facciale ha acceso il dibattito sulla sicurezza, il secondo pilastro dei decreti attuativi riguarda il lavoro e la protezione dei diritti dei dipendenti. Il Governo ha introdotto un divieto netto: nessun licenziamento, provvedimento disciplinare o decisione che incida sul rapporto di lavoro può essere adottato esclusivamente sulla base di un algoritmo. La norma, che entrerà pienamente in vigore con le altre disposizioni dell’AI Act dal 2 agosto 2026, impone che l’ultima parola spetti sempre a una persona, garantendo così trasparenza e responsabilità umana nei processi decisionali automatizzati.
Questa misura si inserisce in un contesto più ampio di regolamentazione del lavoro digitale, soprattutto per quanto riguarda le piattaforme di consegna e le grandi aziende tech. Il decreto, infatti, introduce sanzioni fino a 30.000 euro per le piattaforme che violano le nuove regole, imponendo anche l’obbligo di formazione per i lavoratori esposti a sistemi automatizzati.
Secondo gli esperti del settore, questa norma rappresenta un passo avanti nella tutela dei diritti dei lavoratori, soprattutto in un’epoca in cui l’automazione sta diventando sempre più pervasiva. Il rischio di discriminazioni o errori algoritmici nei processi di selezione o licenziamento è reale, e l’intervento umano è fondamentale per garantire equità.
I decreti attuativi dell’AI Act in Italia si pongono come un tentativo di bilanciare innovazione tecnologica e diritti fondamentali. Da un lato, il Governo ha accelerato il recepimento delle norme europee, diventando il primo Stato membro a dotarsi di una disciplina organica. Dall’altro, le pressioni politiche e le resistenze interne hanno portato a una versione attenuata delle misure più restrittive, soprattutto sul riconoscimento facciale.
Il Garante per la privacy, pur avendo approvato il testo, ha comunque sottolineato la necessità di ulteriori tutele, soprattutto sulla gestione dei dati biometrici e sulla trasparenza degli algoritmi utilizzati dalle forze dell’ordine. Servono meccanismi di controllo indipendenti e periodici per evitare derive.
Con l’entrata in vigore delle nuove norme europee, dal 2 agosto 2026 l’AI Act diventerà pienamente applicabile. Per le aziende italiane, questo significa: obblighi di trasparenza sugli algoritmi utilizzati, soprattutto per i sistemi ad alto rischio. Le aziende dovranno garantire che i processi decisionali automatizzati siano spiegabili e verificabili, con formazione obbligatoria per i lavoratori esposti a decisioni automatizzate e con particolare attenzione ai settori della logistica e delle piattaforme digitali.
Sanzioni pesanti saranno previste per chi viola le nuove regole, con multe che possono arrivare fino a 30.000 euro per i licenziamenti algoritmici illegittimi.
Secondo una guida pubblicata da alcune associazioni di categoria, le aziende italiane dovranno adeguarsi rapidamente, soprattutto se operano in settori ad alto rischio come la sanità, la finanza e la pubblica amministrazione.
I decreti attuativi dell’AI Act rappresentano un primo passo verso una regolamentazione più chiara e rigorosa dell’intelligenza artificiale nel nostro Paese. Tuttavia, il percorso è ancora lungo e irto di ostacoli. Le opposizioni politiche hanno già annunciato battaglia, soprattutto sulla questione del riconoscimento facciale, mentre le associazioni per i diritti digitali chiedono maggiore trasparenza e partecipazione nella stesura delle linee guida applicative.
Quel che è certo è che l’Italia si trova oggi al centro di un dibattito europeo cruciale: come conciliare progresso tecnologico e diritti umani senza sacrificare né l’una né gli altri. I prossimi mesi saranno decisivi per capire se i decreti attuativi sapranno davvero garantire questo equilibrio, o se rimarranno solo una bozza incompiuta.

L’intelligenza artificiale rivoluziona l’Italia: il digitale cresce del 3,4% e vola a 84,4 miliardi di euro
I servizi ICT, trainati da soluzioni di AI, cloud e…














