Uno studio pubblicato su Harvard Business Review ha evidenziato un nuovo effetto collaterale ancora poco raccontato dell’intelligenza artificiale: il cosiddetto Brain Fry. Si tratta, in pratica, di un’evoluzione di quel fenomeno fino ad oggi noto come “fatica da AI“. La brain fry è quello che avviene dopo: non si tratta propriamente di burnout o stress classico, quanto di una saturazione mentale legata all’uso continuo di strumenti AI. Ѐ un tipo di reazione con effetti collaterali piuttosto precisi: nebbia mentale, difficoltà di concentrazione, rallentamento decisionale, mal di testa.
Ѐ il modo che ha la mente di reagire alla sovra-stimolazione della macchina. Secondo una ricerca su oltre 1.400 lavoratori, circa il 14% ha sperimentato sintomi simili.
Più opzioni, meno controllo
Come già mostrato altre volte (a febbraio sempre l’Harvard Business Review si era già occupata dell’affaticamento da AI, spesso chiamato AI Fatigue), velocizzando l’esecuzione, l’AI aumenta il lavoro di gestione. Scrivi meno, ma devi leggere di più. Produci output rapidamente, ma devi valutarli, correggerli, scegliere tra versioni diverse. Non è vero insomma che il lavoro si riduce, bensì si sposta.
Ogni attività diventa una sequenza continua di micro-decisioni, in cui la scelta, insomma, diventa il problema principale. Un tipo di attività che, ripetuta per ore, genera una fatica del tutto nuova nell’essere umano, mirata a cercare di stare al passo con la macchina, fino a percepire un sovraccarico da input.
La mancanza di attrito
Uno degli aspetti chiave è in particolare la moltiplicazione degli strumenti. Usare più piattaforme insieme (chatbot, generatori di testo, tool di coding, automazioni) conduce in una logica di confronto continuo, che si interseca al tema del controllo.
Chiunque lavori con l’AI comprende in fretta che adottarla non significa infatti mai davvero “delegare”: usarla bene comporta verificare, controllare errori, interpretare risultati, per un carico cognitivo costante e faticoso.
Secondo la metafora, la mente si trova a “friggere” per la mancanza di “attrito” tra necessità e risultato, come nello sbalzo termico tra il cibo freddo e l’olio bollente. Prima, fare ogni cosa comprendeva passaggi più lenti: scrivere, pensare, strutturare. Ora si può saltare direttamente all’output. Un’accelerazione che riduce il tempo di sedimentazione e impedisce alla mente di rendersi conto che è stato effettivamente raggiunto un risultato. Come un perenne effetto sorpresa che lascia, alla fine, esausti.

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