L’uso eccessivo di AI mina la memoria e il senso critico: le evidenze sempre più presenti negli studi

Secondo studi recenti, chi studia o lavora affidandosi troppo all’AI rischia un arretramento delle funzioni cognitive

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L’uso eccessivo di AI mina la memoria e il senso critico: le evidenze sempre più presenti negli studi

L’intelligenza artificiale sta cambiando il nostro modo di pensare e ricordare. Secondo studi recenti, un uso eccessivo di AI potrebbe ridurre la nostra capacità di memorizzare informazioni e sviluppare un pensiero critico autonomo.

Uno dei primi studi a sollevare il problema è stato condotto dal Massachusetts Institute of Technology, dove i ricercatori hanno osservato che l’uso intensivo di ChatGPT può ridurre l’attività cerebrale legata alla memoria fino al 37%. Lo studio, pubblicato nel giugno 2025, ha coinvolto un campione di studenti e professionisti che si affidavano quotidianamente all’AI per risolvere problemi, scrivere testi o sintetizzare informazioni.

Non è solo una questione di memoria. Il senso critico sembra essere il secondo grande colpito. Chi si affida troppo all’AI per ottenere risposte rapide tende a dare per scontate le informazioni senza verificarle, un fenomeno che alcuni studiosi hanno definito come “ritiro cognitivo”. In pratica, il nostro cervello si abitua a ricevere risposte pronte, senza sforzarsi di elaborarle in modo autonomo.

Non tutto è perduto. Lo stesso studio del MIT ha evidenziato un dato interessante: chi scrive manualmente e utilizza l’AI solo come supporto per approfondire o correggere i propri testi mostra un aumento della connettività cerebrale. In altre parole, l’AI non è dannosa in sé, ma lo diventa se diventa un sostituto del pensiero invece che uno strumento.

Il dibattito non riguarda solo gli studiosi. Anche il mondo dell’istruzione e del lavoro sta iniziando a fare i conti con questa rivoluzione.

Nel mondo del lavoro, invece, l’AI è ormai entrata a far parte della routine di molti settori. Secondo una ricerca di McKinsey, il 60% dei professionisti usa strumenti di AI almeno una volta alla settimana, soprattutto per analizzare dati o generare report. Tuttavia, solo il 20% dichiara di aver ricevuto una formazione su come utilizzare questi strumenti in modo consapevole. Questo gap formativo preoccupa gli esperti, che temono una generazione di lavoratori capaci di usare l’AI, ma incapaci di valutare criticamente i risultati prodotti.

Il problema, insomma, non è l’AI in sé, ma il modo in cui scegliamo di relazionarci ad essa. Gli studi del MIT e di altre università offrono un campanello d’allarme, ma anche una speranza: possiamo ancora decidere come usare questi strumenti.

Gli esperti sono concordi su un punto: l’AI non deve sostituire il nostro cervello, ma potenziarlo. Questo significa usarla come supporto, non come sostituto, per compiti che richiedono velocità o precisione. Significa mantenere attive le proprie capacità cognitive, ad esempio leggendo, scrivendo a mano o discutendo idee senza l’aiuto di un chatbot. Significa, infine, formarsi costantemente, sia per capire i limiti dell’AI, sia per imparare a integrarla al meglio nel proprio lavoro o studio.

La scienza ci sta dicendo che l’AI può essere un’arma a doppio taglio. Da un lato, offre opportunità straordinarie per accelerare la conoscenza e l’innovazione. Dall’altro, rischia di intorpidire la nostra mente se ne facciamo un uso passivo.

La soluzione, come spesso accade, sta nel mezzo. Non si tratta di demonizzare l’AI, ma di imparare a viverci insieme in modo equilibrato. Gli strumenti sono lì, pronti a servirci. Sta a noi decidere se usarli per diventare più intelligenti o per delegare troppo in fretta il nostro stesso pensiero.

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