L’Italia si conferma il fanalino di coda dell’Eurozona nell’adozione dell’intelligenza artificiale, segnando un distacco preoccupante dai principali partner europei. Secondo gli ultimi dati ISTAT e Reuters di aprile 2026, solo l’8% delle imprese italiane integra soluzioni di AI, contro il 20% della Germania e il 54% della Francia. Nonostante una consapevolezza diffusa, in cui il 93% dei professionisti sa cos’è l’AI, tre lavoratori su quattro dichiarano di non aver mai ricevuto una formazione specifica.
Il problema non riguarda solo l’innovazione e la tecnologia, ma è strutturale e demografico. Il capitale umano qualificato continua a evaporare. Nel 2023, oltre 21.000 giovani laureati hanno lasciato il paese, un aumento del 21% su base annua. Questa emorragia di competenze, unita a un tasso di alfabetizzazione digitale di base fermo al 54,3%, ben lontano dall’obiettivo Ue dell’80% per il 2030, impedisce la creazione di un ecosistema innovativo. “Il gap italiano è innanzitutto culturale”, sottolineano gli esperti della Global CEO Survey 2026, una delle indagini economiche più autorevoli al mondo condotta annualmente dalla società di consulenza PwC, evidenziando come il 46% dei dirigenti italiani identifichi nella mancanza di competenze interne la barriera principale per l’innovazione.
L’Italia rischia quindi di restare confinata a un uso ludico o frammentato della tecnologia. Se nel settore dell’audiovisivo l’adozione tocca punte del 57%, ambiti cruciali come la sanità e la pubblica amministrazione restano indietro. La vera sfida per i prossimi anni sarà trattenere i talenti e avviare un piano di aggiornamento massiccio per la forza lavoro, trasformando la curiosità e le capacità dei singoli in una strategia di sistema.

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