Alti funzionari del governo degli Stati Uniti hanno avviato colloqui preliminari, rimasti finora riservati, con le principali aziende leader nell’intelligenza artificiale generativa per valutare l’acquisizione di quote azionarie societarie da parte dello Stato.
Secondo quanto rivelato in un’inchiesta esclusiva della testata giornalistica NOTUS, confermata dalle principali agenzie finanziarie, l’amministrazione guidata da Donald Trump sta studiando un meccanismo inedito: non un esproprio o un acquisto forzato, bensì una cessione del tutto volontaria di pacchetti azionari da parte dei colossi tech prima dello sbarco in borsa. L’obiettivo strategico di questa manovra è duplice. Da un lato, permetterebbe a Washington di agire come un super-azionista con poteri di supervisione interna; dall’altro, i dividendi e i ritorni economici generati dal successo commerciale dell’AI potrebbero essere reincanalati verso scopi pubblici, ipotizzando persino la distribuzione di un bonus finanziario periodico a favore di tutte le famiglie statunitensi, volto a mitigare l’impatto della tecnologia sul mercato del lavoro.
Il principale promotore dell’iniziativa nel settore privato è Sam Altman, CEO di OpenAI, la società madre di ChatGPT. Fonti vicine alla vicenda rivelano che Altman ha iniziato a proporre l’idea direttamente a Donald Trump fin dal 2025, intensificando i colloqui con i vertici dell’amministrazione nelle ultime settimane proprio mentre la sua società si prepara a presentare la documentazione riservata per una storica offerta pubblica iniziale. Di parere opposto sembra essere la rivale Anthropic. Nonostante anch’essa abbia depositato i documenti per quotarsi in borsa con una valutazione record che sfiora i 965 miliardi di dollari, i report indicano che non sta partecipando alle discussioni. Questa divergenza riflette due visioni opposte sui rapporti con lo Stato, in un momento in cui le aziende cercano di conquistare la fiducia dell’opinione pubblica; secondo i sondaggi citati da NOTUS, infatti, il 55% dei cittadini statunitensi teme ancora che l’AI porterà più danni che benefici nella vita quotidiana.
Se l’operazione andasse in porto, si tratterebbe del primo ingresso diretto dello Stato nel capitale azionario delle aziende di software AI, ma non di un fulmine a ciel sereno. Di recente, l’amministrazione statunitense ha già investito 2 miliardi di dollari in partecipazioni azionarie distribuite su nove aziende di computazione quantistica, spingendo lo stesso presidente a dichiarare pubblicamente: “Spero di avere molti altri casi simili”.
Tuttavia, lo scenario solleva forti perplessità tra analisti ed esperti di mercato. Diventare contemporaneamente regolatore politico e investitore finanziario rischia di creare enormi conflitti d’interesse, esponendo lo Stato al rischio di dover salvare le aziende con denaro pubblico in caso di bolla speculativa. La proposta si preannuncia come il terreno di uno scontro infuocato in Congresso, dove l’ala più scettica vede in questo modello una pericolosa deriva dirigista, mentre l’ala radicale, guidata da figure come il senatore Bernie Sanders, ritiene che una quota di minoranza sia persino insufficiente e che lo Stato dovrebbe controllare oltre il 50% dei giganti tecnologici per garantirne la sicurezza nazionale.

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