Protestare contro un data center, girare un video davanti a un centro di calcolo, mettere in discussione pubblicamente l’intelligenza artificiale: negli Stati Uniti, queste attività rischiano di far finire un cittadino in un rapporto riservato dell’FBI o del Dipartimento per la Sicurezza Interna.
Oltre mille pagine di documenti non pubblicati del Department of Homeland Security, dell’FBI e dei cosiddetti fusion center, strutture nate dopo l’11 settembre per coordinare l’intelligence interna, mostrano una nuova attenzione delle autorità statunitensi verso una categoria emergente: i cosiddetti estremisti anti-tecnologia. L’inchiesta, firmata da Daniel Boguslaw per Wired, rivela come il timore per le proteste contro l’AI stia diventando un pretesto per sorvegliare cittadini e attivisti ben oltre i confini del dissenso violento.
Da una parte ci sono le proteste contro la proliferazione dei data center, le preoccupazioni per il consumo energetico, l’impatto ambientale e la sostituzione del lavoro umano da parte dell’AI. Dall’altra, ci sono timori crescenti per possibili attacchi a dirigenti aziendali, infrastrutture critiche e centri dati. In mezzo si apre una zona grigia. Fino a che punto il dissenso contro l’industria tecnologica può essere trattato come una minaccia? Un rapporto del New York Intelligence and Counterterrorism Bureau prevede disordini violenti entro il 2027 legati alla perdita di posti di lavoro causata dall’AI e alla diffusione dei deepfake. Un centro della Virginia settentrionale ha invece classificato come sospette attività come la fotografia, l’osservazione e persino “minacce espresse o implicite” nei pressi delle infrastrutture tech. In stati come California, Illinois, Indiana e Wisconsin, la polizia ha rimosso o arrestato cittadini durante assemblee pubbliche per aver criticato queste infrastrutture, in un caso prima ancora che potessero prendere la parola.
Il quadro si aggrava se si considera il contesto normativo e politico. L’amministrazione Trump ha rinnovato in silenzio la sezione 702 del FISA, la legge che autorizza la raccolta di intelligence su soggetti stranieri, e che storicamente è stata utilizzata anche per intercettare comunicazioni di cittadini statunitensi, senza alcun dibattito pubblico. A questo si sommano le direttive del National Security Presidential Memo 7, che ordina di identificare chi nutre convinzioni “anti-americane”, e la nomina di Sebastian Gorka come nuovo zar antiterrorismo, che ha indicato gli “estremisti di sinistra” tra le priorità dell’agenda.
Mauro Lubrano, ricercatore e autore di “Stop the Machines: The Rise of Anti-Technology”, ha avvertito che qualsiasi framework sull’estremismo anti-tech deve essere applicato con cautela: “La violenza anti-tecnologica è inaccettabile, ma non deve diventare un pretesto per mettere a tacere chi critica la traiettoria attuale dell’intelligenza artificiale”. Per gli esperti legali, il rischio concreto è che la critica a un data center venga equiparata a un atto sovversivo, mentre gli strumenti legali per sorvegliarla sono già stati silenziosamente rinnovati.

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