Fra le imprese italiane è partita una corsa all’integrazione dell’intelligenza artificiale, ma questa resta ancora piuttosto lenta e diseguale. A fotografare lo stato dell’arte ci ha pensato la Banca d’Italia, con uno studio firmato dagli economisti Tiziano Ropele e Alex Tagliabracci dal titolo “L’impatto economico dell’adozione dell’intelligenza artificiale: evidenza dalle imprese italiane”. Il risultato è un’analisi complessiva del sistema produttivo italiano che tiene conto di una serie di cambiamenti concreti e già misurabili per chi ha scelto di investire nell’AI.
Dove la tecnologia è già entrata, i numeri parlano chiaro. Le aziende che la adottano registrano un aumento del valore aggiunto per dipendente di circa il 5,2% e del margine operativo per dipendente dell’11,9%. Sul fronte occupazionale, il quadro è più complesso di quanto si tema. Il numero complessivo di lavoratori non aumenta né diminuisce in modo rilevante, ma cambia la composizione. Gli impiegati crescono del 2,3%, mentre gli operai calano del 7,7%. L’AI non distrugge i posti di lavoro, ma trasforma le mansioni, penalizzando quelle più ripetitive e valorizzando le competenze più qualificate.
Il rischio concreto che emerge dallo studio è quello di una divergenza crescente tra le imprese che corrono verso la frontiera tecnologica e quelle che rimangono indietro. Le grandi aziende raccolgono già i frutti, mentre piccole e medie imprese e i settori tradizionali guardano con cautela.

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