Schneider Electric ha preso una posizione netta: i data center progettati per workload AI possono funzionare senza consumare acqua dall’esterno. L’affermazione è arrivata durante lo Schneider Electric & TeraWulf Global Press Event a Buffalo, New York, dove Tuan Hoang, responsabile della tecnologia di raffreddamento dell’azienda, ha dichiarato davanti a una sala di giornalisti che “zero acqua è necessaria per raffreddare i data center AI”. La distinzione che Hoang traccia è precisa: il liquid cooling è obbligatorio, ma serve a gestire il calore dei componenti — non implica necessariamente prelevare acqua da fonti esterne.
Per supportare la tesi, Schneider Electric ha presentato due scenari modellati su strutture reali. Un data center a Dallas che utilizza raffreddamento ad aria consuma circa 382.000 metri cubi d’acqua l’anno. Passando al liquid cooling a ciclo chiuso, il dato scenderebbe a 197.000 metri cubi: una riduzione del 48%. A Parigi il risparmio sarebbe ancora maggiore, con un calo dal 108.000 a 51.000 metri cubi annui, pari al 53%. Rich Whitmore, CEO di Motivair by Schneider Electric, è diretto: “il liquid cooling esiste dagli anni Ottanta, ma ora non è più un’opzione — è obbligatorio”. Per rack da 400kW, cioè la densità tipica delle infrastrutture AI di ultima generazione, non esiste alternativa pratica.
Il contesto in cui arriva questa posizione è tutt’altro che neutro. Secondo i dati dell’IEA riportati da BNP Paribas, il consumo idrico totale lungo l’intera filiera AI è destinato a passare da circa 560 miliardi di litri nel 2023 a 1.200 miliardi di litri entro il 2030. I data center statunitensi hanno già consumato 66 miliardi di litri solo per il raffreddamento nel 2023 — tre volte il dato del 2014. Uno studio su strutture in Texas proietta consumi da 399 miliardi di galloni nel 2030, equivalenti a svuotare il Lago Mead di oltre cinque metri. Il raffreddamento evaporativo tradizionale è alla radice del problema: usa l’evaporazione per dissipare il calore, ma perde enormi quantità d’acqua nel processo. Più cresce la densità dei chip AI, più quel meccanismo diventa insostenibile.
La risposta dell’industria si muove su due fronti. Il primo è tecnico: sistemi a ciclo chiuso che non richiedono rabbocco né scarico, come la linea Uniflair XCA di Schneider Electric, che dissipa il calore tramite radiatori senza attingere a riserve idriche locali. Il secondo è economico. I grandi hyperscaler — Amazon, Google, Microsoft, Meta — hanno pianificato insieme quasi 700 miliardi di dollari di spese in conto capitale nel solo 2026, con la costruzione di data center di nuova generazione al centro di ogni piano. IDC stima che il mercato globale dell’infrastruttura AI supererà il trilione di dollari entro il 2029. Microsoft si è impegnata a eliminare l’evaporazione dell’acqua nei nuovi data center entro il 2027, adottando sistemi a ciclo chiuso che, una volta riempiti in fase di costruzione, ricicolano il liquido refrigerante per tutta la vita operativa della struttura.
Il mercato del liquid cooling per data center valeva 5,52 miliardi di dollari nel 2025 e dovrebbe arrivare a 15,75 miliardi entro il 2030, con un tasso di crescita annuo composto superiore al 23%. La pressione regolatori, le comunità locali e i target di sostenibilità aziendali stanno rendendo la questione idrica un fattore di scelta dell’infrastruttura tanto quanto il consumo energetico. Se la tesi di Schneider Electric regge — e i dati modellati su Dallas e Parigi suggeriscono che regge — il settore si troverà di fronte a una scelta progettuale con conseguenze ambientali misurabili. Non necessariamente un salto tecnologico, ma una ridefinizione delle priorità nel momento in cui si posa la prima pietra di un nuovo impianto.














