Oracle chiude il rubinetto dell’AI a Tencent. Il colosso del software guidato da Larry Ellison ha annullato il contratto da 7 miliardi di dollari che avrebbe dato al gruppo cinese accesso a circa 100.000 chip AI avanzati nei suoi data center nel Sud-est asiatico. La notizia, pubblicata dal Financial Times e ripresa da Reuters, segna una svolta nella corsa globale alla potenza di calcolo e conferma quanto le tensioni geopolitiche stiano ridisegnando il mercato dell’intelligenza artificiale.
L’accordo era stato reso noto a settembre e rappresentava il più grande contratto di leasing oltreoceano mai firmato da Tencent. Il piano prevedeva un contratto quinquennale su più data center Oracle nel Sud-est asiatico, con un pagamento iniziale di circa il 30% del valore complessivo, secondo quanto riportato dalla stampa specializzata. Un accordo studiato per aggirare le restrizioni all’export dei chip volute da Washington e Pechino, visto che i processori più avanzati non possono essere venduti in Cina e che le grandi aziende locali continuano a fare i conti con una carenza di chip domestici per l’addestramento dei modelli.
Secondo il Financial Times, che cita fonti vicine alla vicenda, la cancellazione è arrivata dopo che funzionari statunitensi avevano contattato Oracle per esprimere preoccupazione sul contratto. L’accordo infatti restava formalmente lecito, perché il leasing di chip all’estero è ancora consentito dalle regole vigenti, ma la pressione politica si è rivelata decisiva. Non solo Washington. Anche alti funzionari cinesi del Guangdong, la provincia dove Tencent ha sede a Shenzhen, avrebbero visitato l’azienda chiedendole di puntare sui chip prodotti in Cina. Una morsa da entrambi i lati del Pacifico, con Oracle, Tencent e la Casa Bianca che non hanno rilasciato commenti ufficiali.
Il caso non è isolato. Pochi giorni prima il Financial Times aveva rivelato che Nvidia ha chiesto ai suoi clienti cloud di riservare almeno il 51% della capacità a acquirenti non cinesi. Aziende come ByteDance e Alibaba stavano infatti affittando potenza di calcolo in Malaysia, Singapore e Indonesia per addestrare i propri modelli fuori dai confini nazionali. La stretta sulla Cina si sta quindi estendendo dai chip fisici all’accesso remoto alla potenza di calcolo, e il Sud-est asiatico rischia di trasformarsi da paradiso normativo a terreno conteso fra le due superpotenze tecnologiche. Anche Taiwan, cuore mondiale della produzione di semiconduttori, starebbe valutando restrizioni sulle vendite di chip AI verso la Cina per allinearsi alla politica statunitense.
Per Oracle la cancellazione pesa ma non stravolge i conti. Il contratto da 7 miliardi equivale a circa l’1% dei 664 miliardi di impegni contrattuali che l’azienda dichiarava a fine agosto 2026, anche se il gettito, distribuito sui cinque anni di contratto, sarebbe stato tutt’altro che trascurabile per la divisione cloud in Asia Pacifico. Per Tencent il colpo è più strategico che finanziario. Il gruppo guidato da Pony Ma sta investendo massicciamente nell’AI, con spese in infrastrutture che sono praticamente raddoppiate negli ultimi anni, e i suoi modelli Hunyuan stanno guadagnando terreno rispetto ai rivali nazionali come Qwen di Alibaba. Privarlo di 100.000 chip significa rallentare la corsa del suo comparto AI.
La posta in gioco è enorme. L’AI di prossima generazione richiede quantità di calcolo mai viste, e chi controlla i chip controlla di fatto lo sviluppo dei modelli. La cancellazione del contratto Oracle-Tencent mostra che il commercio della potenza di calcolo è ormai un campo di battaglia geopolitico, in cui le regole scritte contano meno delle pressioni dei governi. La domanda ora è se le aziende cinesi riusciranno a compensare con i chip domestici, come quelli di Huawei, o se la carenza di calcolo finirà per allargare il divario tecnologico fra la Cina e gli Stati Uniti. Per il momento, l’unica certezza è che nell’era dell’AI anche un contratto firmato vale solo finché la politica lo consente.

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