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AI news: il portale di approfondimento sul mondo dell'intelligenza artificiale

L’intelligenza artificiale e la psicologia: strumenti e prevenzione

psicologo

L’intelligenza artificiale viene utilizzata anche in psicologia per assistere gli esseri umani e offrire nuovi approcci.

L’intelligenza artificiale non è utilizzata solo per migliorare le nostre vite con una semplice assistenza nelle attività quotidiane o rendendo il nostro lavoro più efficiente. L’AI può infatti sostenerci anche da un punto di vista emotivo e psicologico.

Laddove ci dovessero essere disturbi socio-relazionali, deficit linguistici o momenti di difficoltà emozionale, ecco che l’AI entra in gioco parallelamente, a sostegno o anche in sostituzione degli esperti.

Il ruolo dell’intelligenza artificiale nella psicologia

Lo sviluppo dei primi chatbot, assistenti virtuali testuali, è iniziato nella seconda metà degli anni ’60, con Eliza, un software conversazionale che imitava uno psicoterapeuta. Per quanto limitato nella sua rudimentalità, il programma si era rivelato piuttosto convincente. I loro recenti sviluppi hanno portato le aziende a utilizzare i chatbot anche nell’ambito dell’assistenza clienti, ma tecnologie simili vengono tuttora utilizzate nel campo della psicologia.

L’AI può infatti essere un’importante alleata per psicologi e psicoterapeuti. Diverse sue applicazioni sono infatti in grado di percepire variazioni fisiche – e, di conseguenza, anche psicologiche – dei pazienti. Si pensi all’imaging a infrarossi, che rileva le variazioni nella loro temperatura corporea, o ai sistemi di rilevamento ottico, in grado di analizzare la loro espressione facciale e il battito delle palpebre, così come a sistemi di analisi vocale, capaci di percepire variazioni nel volume e nel tono della voce dei pazienti, variazioni difficilmente percepibili dall’udito umano, ma che potrebbero indicare variazioni nella loro psiche.

Gli utilizzi dell’AI nel campo della salute mentale

L’intelligenza artificiale può condurre sessioni di terapia in autonomia o assistere i professionisti umani, fornendo loro dettagli (tra cui quelli appena elencati) che potrebbero aiutare nella diagnosi e/o nella terapia o proponendo azioni di follow-up generate automaticamente da un sistema esperto adeguatamente addestrato. Attraverso il miglioramento delle tecnologie a disposizione – con l’aggiunta del riconoscimento vocale o una migliore elaborazione del linguaggio naturale – l’efficacia di questi strumenti risulta sempre più sorprendente. Soprattutto quando gli utenti offrono all’AI i loro dati personali, la tecnologia può anche aiutare nel monitoraggio delle condizioni di salute e agire sulla prevenzione.

Anche le simulazioni di realtà virtuale o aumentata possono fornire un ambiente sicuro, ma allo stesso tempo realistico e flessibile, in cui i pazienti possono esplorare le loro problematiche, soprattutto qualora si stesse affrontando un disturbo post-traumatico da stress o una fobia. Questo funziona anche quando la terapia è ‘mascherata’ da videogame, utili ad affrontare i problemi in un modo più ludico. Allo stesso modo, i robot sociali potrebbero contribuire a ridurre la solitudine e a rendere più facile l’instaurazione di ‘rapporti interpersonali’.

Il fatto che le reti neurali profonde tipiche del deep learning cerchino di imitare il funzionamento del cervello umano offre poi degli spunti di riflessione proprio sul funzionamento di quest’ultimo. Dei deep neural network ispirati da teorie e metodi tipici della psicologia cognitiva hanno infatti avuto un certo successo nello spiegare come i bambini imparino ad attribuire etichette agli oggetti che li circondano. Questo denota un’influenza reciproca tra il campo della psicologia cognitiva e quello dell’AI.  

L’AI e la prevenzione in ambito psicologico

L’AI può aiutare nella lettura e nell’elaborazione di una mole consistente di dati, come possono essere i risultati di test psicologici sostenuti da numerosi pazienti. Leggendo queste informazioni, l’intelligenza artificiale ha il potenziale, per esempio, per determinare più accuratamente diversi fattori di rischio nell’ideazione di comportamenti suicidari, anche se permangono ostacoli e sfide che potranno essere affrontate in futuro.

Ma non solo. Vi sono anche tentativi, da parte di diversi studiosi, di utilizzare i social media e l’apprendimento automatico per valutare il benessere sociale.

social media

Questo è quanto fa il team di Johannes Eichstaedt (Università di Stanford), che attinge ai social media per ottenere informazioni su una vasta gamma di potenziali problemi di salute. Il gruppo di ricerca, per esempio, ha recentemente identificato livelli elevati di depressione all’interno della comunità afroamericana a seguito dell’omicidio di George Floyd e sta ora lavorando alla costruzione di un set di dati, basato sui tweet di milioni di cittadini americani, al fine di verificare lo stato di salute mentale delle singole comunità, che hanno sicuramente risentito dell’isolamento sociale imposto nel corso della pandemia da Covid-19. In particolare, il team utilizza modelli predittivi che ricercano specifiche parole solitamente legate a emozioni negative per individuare le contee americane la cui popolazione ha un maggiore rischio di depressione e conseguenti problemi di natura fisica.

Spiega infatti Eichstaedt:

“Le comunità hanno proprietà. Si è scoperto che i social media sono davvero utili nel prevedere cose che sono di natura psicologica, cose come suicidi, incidenti, alcolismo e persino malattie cardiache aterosclerotiche”.

Il problema della privacy, però, è sicuramente rilevante e Eichstaedt lo sa bene. Durante lo studio, il team ottiene infatti l’autorizzazione necessaria per analizzare i profili social dei partecipanti e segue rigide regole, perché i vantaggi di questo lavoro sono molto importanti, tanto che molte delle applicazioni più importanti di una tale tecnologia potrebbero non essere ancora state prese in considerazione. Secondo lo studioso, infatti, questa potrebbe contribuire all’individuazione delle comunità più a rischio di avere bambini sottopeso tanto quanto alla valutazione dei livelli di stress a seguito di disastri ambientali. 

Ha infine aggiunto Eichstaedt:

“La bellezza di ciò che stiamo facendo in questi incroci interdisciplinari di intelligenza artificiale è che stiamo davvero costruendo cose che non esistevano prima”.

Il futuro della psicologia

L’uso dell’AI in psicologia rimane quindi un campo relativamente nuovo, ma le sue potenzialità e i suoi sviluppi negli ultimi anni lasciano pensare che le possibili applicazioni non potranno che espandersi. L’intelligenza artificiale, come illustrato nel presente articolo, offre dunque un approccio promettente nell’integrazione e – talvolta – nella sostituzione di pratiche attualmente in essere per la valutazione e il trattamento della salute mentale, offrendo nuove tecnologie e approcci estremamente efficienti.

Simili strumenti possono contribuire all’alleggerimento del carico di lavoro attualmente in capo ai professionisti della salute mentale, i quali potranno focalizzarsi sulle cure più urgenti o sui casi particolarmente complessi.   

Ai vantaggi corrispondono diversi dubbi in merito all’etica e alla privacy, ma, con un utilizzo responsabile, appropriato e ben regolato, i benefici che l’AI può offrire al campo sono innumerevoli. L’intelligenza può infatti fare ciò che agli esseri umani richiederebbe moltissimo tempo, ovvero analizzare enormi quantità di dati in un tempo limitato, facilitando l’analisi dei disturbi che affliggono sempre più la nostra società.