Futuri possibili, collasso o potenziamento? Il nuovo studio ‘Work 2040’ sul lavoro all’epoca dell’AI

Un nuovo studio sul lavoro che guarda al 2040 attraverso una molteplicità di variabili, presentato da uno dei suoi autori

Lavoro - Ricerca 25 mag 2026

4 min.

Futuri possibili, collasso o potenziamento? Il nuovo studio ‘Work 2040’ sul lavoro all’epoca dell’AI

Work 2040: come l’AI ridisegna il futuro del lavoro

Cosa succederà nel mondo del lavoro con la diffusione dell’intelligenza artificiale? Una domanda a cui molti studi cercano di rispondere con previsioni e proiezioni. In questo senso, la ricerca Work 2040 – Il futuro del mondo del lavoro nell’era dell’AI, firmata da Giovanni Rossi (chi scrive) e Maurizio Carmignani (dal Dipartimento Foresight & Design Thinking di E.N.I.A.), propone una nuova lettura del dibattito sull’impatto dell’AI sulla dimensione del lavoro. Work 2040 non vuole prevedere “cosa accadrà”, bensì visualizzare futuri possibili attraverso alcuni strumenti, basati sulle metodologie di strategic foresight. La domanda guida è diretta: come cambia il mondo del lavoro con la diffusione dell’intelligenza artificiale? La risposta viene costruita osservando ruoli, competenze, forme contrattuali, processi organizzativi, sistemi di governance, con un perimetro italiano e un orizzonte al 2040. La scelta della finestra temporale non è casuale: il 2040 permette di guardare oltre la fase di sperimentazione dell’AI e di incorporare gli effetti della regolazione europea, dei target digitali e soprattutto della pressione demografica, che in Italia renderà sempre più urgente ripensare il rapporto tra tecnologia, produttività e lavoro umano. In questo quadro, l’AI non viene descritta come un semplice strumento digitale, sebbene più potente di tutti gli altri, ma come una nuova infrastruttura cognitiva che attraversa decisioni, organizzazioni e competenze, modificando il modo in cui il valore viene prodotto, distribuito e riconosciuto. Lo studio ha preso forma grazie a un approccio quantitativo e qualitativo, che da una parte ha portato a misurare elementi statistici, megatrend, driver di cambiamento, e dall’altro si è avvalso della collaborazione di oltre 30 esperti che hanno messo a disposizione il loro punto di vista, con un vero e proprio lavoro di intelligenza collettiva. Il paper ha assunto anche la struttura di un sito realizzato da Fabrizio Degni che permette di navigare l’intero studio, interagendo con l’analisi e potendo sfruttare tutte le informazioni utili per usare la ricerca come punto di partenza per ulteriori approfondimenti.

Lo scenario della crescita: l’uomo potenziato dall’AI

Work 2040 si sofferma in particolare su due scenari, profondamente distanti e contrapposti, che volutamente polarizzano il punto di osservazione. Nel primo scenario, quello della crescita continua, le traiettorie attuali accelerano senza spezzare il sistema. L’AI diventa pervasiva, le infrastrutture digitali si consolidano, edge AI e IoT entrano nei processi quotidiani e il lavoro si riorganizza attorno a flessibilità, ibridazione e apprendimento continuo. Non è uno scenario ingenuamente ottimistico, bensì un futuro in cui la tecnologia mantiene molte delle sue promesse, ma solo perché imprese, istituzioni e persone riescono ad assorbire le frizioni del cambiamento. L’impatto principale riguarda il passaggio dall’AI come strumento di efficienza all’AI come partner cognitivo. I lavoratori non vengono semplicemente sostituiti, ma potenziati da agenti intelligenti capaci di gestire attività operative, liberando tempo per creatività, giudizio, relazione e visione strategica. Emergono così nuove figure ibride, come agent manager e curatori di intelligenze, mentre le competenze tecniche diventano meno stabili e cresce il valore della capacità di orchestrare sistemi, leggere contesti e dare senso alle informazioni. Le opportunità sono rilevanti: produttività più alta, nuovi modelli di business, compensazione della carenza di manodopera, rigenerazione dei territori tramite lavoro remoto maturo e valorizzazione di attività oggi poco riconosciute, come cura, impatto sociale e artigianato umano. Ma la crescita porta con sé anche ombre importanti: esclusione di chi non riesce ad aggiornarsi, dipendenza cognitiva, concentrazione della ricchezza, bolla infrastrutturale dell’AI e rischio che l’Europa resti soprattutto regolatore e consumatore di tecnologie sviluppate altrove.

Lo scenario del collasso: quando l’automazione rompe il patto sociale

Il secondo scenario, quello del collasso, non immagina semplicemente “meno lavoro”, ma una mutazione regressiva del mercato del lavoro. Qui la velocità del cambiamento, inizialmente percepita come vantaggio competitivo, diventa una fragilità strutturale. L’AI non è più solo motore di progresso, ma soprattutto fonte di vulnerabilità, controllo sbilanciato e dipendenza sistemica. Il punto più critico è l’automazione asimmetrica in cui non vengono eliminate solo le mansioni ripetitive, ma interi ruoli di ingresso nelle grandi organizzazioni. Il risultato è un paradosso formativo: senza posizioni junior, i giovani non apprendono sul campo e senza apprendistato, nel lungo periodo mancano figure senior, mentre senza figure senior, si indebolisce la trasmissione intergenerazionale delle competenze. A questo si aggiungono crisi del welfare, riduzione della base contributiva, precarizzazione, frammentazione contrattuale e possibile deterioramento delle infrastrutture digitali. Il lavoro smette di essere il principale perno della coesione sociale e della distribuzione del reddito, mentre si rafforzano forme residuali di lavoro di prossimità, cura, manutenzione territoriale e attività manuali. Anche in questo scenario, tuttavia, non tutto è solo perdita, perché proprio il collasso rende visibile ciò che la crescita tende a nascondere, cioè il valore dell’umano, della relazione, della comunità e delle competenze non automatizzabili. La lezione più forte del paper è qui: il futuro del lavoro non dipenderà dall’AI in sé, ma dalla capacità di governarla. Formazione continua, ridisegno dei ruoli, pensiero critico, nuove tutele, auditing degli algoritmi e un diverso patto sociale sono le condizioni minime perché l’intelligenza artificiale diventi una leva di sviluppo e non una macchina di esclusione.

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