La coda di connessione alla rete elettrica britannica è passata da 41 GW a 125 GW tra novembre 2024 e giugno 2025. Quasi tre volte il picco di consumo dell’intera Gran Bretagna, concentrato in sette mesi. Il fenomeno ha un nome preciso: “phantom data center”, progetti dichiarati che con tutta probabilità non verranno mai costruiti, ma che occupano uno slot prezioso bloccando chi invece è pronto a farlo davvero.
Il National Energy System Operator ha censito circa 140 data center per un totale di 50 GW in coda. Di questi, solo 71 — circa 20 GW — hanno raggiunto una decisione finale di investimento. Gli altri sono candidature speculative: mosse tattiche di chi vuole assicurarsi una posizione sulla rete prima ancora di avere un progetto solido. La logica è semplice quanto dannosa: nei mercati dove centinaia di miliardi di dollari inseguono l’AI, prenotare uno slot è un vantaggio competitivo. Poco importa se poi il progetto non si farà mai.
Il regolatore energetico Ofgem ha risposto con un framework battezzato “Curate, Plan and Connect”. Il pilastro centrale è rafforzare i criteri di accesso alla coda: dentro solo i progetti concreti, con requisiti finanziari più stringenti per chi fa domanda. Ofgem sta anche valutando se i costruttori debbano farsi carico direttamente dei costi di connessione alla rete, un meccanismo che scoraggerebbe le candidature puramente speculative. Il rischio, avverte il regolatore stesso, è che le domande non valide finiscano per ritardare i data center legati al programma governativo AI Growth Zones, rallentando proprio quella corsa all’AI che il governo vuole accelerare.
Le conseguenze non si fermano all’industria tech. Il lavoro necessario per connettere un numero crescente di data center rischia di ritardare altri progetti rilevanti per la decarbonizzazione, mettendo a rischio l’obiettivo britannico di un sistema elettrico quasi privo di emissioni entro il 2030. Le proiezioni del NESO indicano che la domanda elettrica dei data center nel Regno Unito potrebbe salire a 22-30 TWh entro il 2030 e fino a 70 TWh entro il 2050 nei casi di crescita massima, partendo da 3,6 TWh nel 2020. Un salto di proporzioni che nessuna rete progettata decenni fa era attrezzata ad assorbire.
Il problema non è solo britannico. Pressioni analoghe stanno emergendo in tutta Europa e negli Stati Uniti, dove la domanda di infrastrutture AI pesa su reti elettriche costruite per un mondo diverso. A livello globale, i data center hanno consumato circa 415 TWh nel 2024 — l’1,5% del consumo mondiale di elettricità. L’Agenzia Internazionale dell’Energia prevede che questa cifra superi i 945 TWh entro il 2030, spinta principalmente dai carichi di lavoro dell’intelligenza artificiale. Raddoppio in cinque anni: un ritmo che la maggior parte delle infrastrutture energetiche esistenti non è progettata per reggere.
Se le nuove regole di Ofgem funzioneranno, la coda si sgonfierà eliminando i fantasmi e lasciando spazio ai progetti reali. Se invece i criteri resteranno troppo morbidi — o se nuovi speculatori troveranno scappatoie — il collo di bottiglia si sposterà semplicemente più avanti, trasformandosi da problema burocratico a freno concreto alla crescita dell’AI in Europa. Il nodo non è tecnico. È una questione di governance energetica in ritardo su una domanda che non ha aspettato nessuno.