Il portale Project Syndacate ha ospitato un editoriale scritto dei due ricercatori Guo E Chenggang Xu (cinesi di origine ma di stanza all’Università di Stanford) che tratta di come il racconto del “gigante cinese dell’AI” sarebbe di molto sovradimensionato.
Innovazione senza capitalismo?
L’editoriale sostiene che la Cina “non può vincere” la rivoluzione industriale guidata dall’AI, nonostante la narrazione entusiastica e i grandi investimenti statali e i progressi tecnologici. Il Paese non potrebbe diventare il paese leader globale di questa nuova era tecnologica perché secondo i ricercatori nessuna rivoluzione industriale è mai nata al di fuori di economie democratiche capitalistiche avanzate: secondo gli autori, solo sistemi con libertà economica e istituzionale possono creare le condizioni per innovazione sostenuta e diffusione di nuove tecnologie.
Le istituzioni cinesi non favoriscono l’imprenditorialità libera: il controllo statale su imprese, capitali e dati limita la capacità di innovazione di lungo periodo rispetto a Paesi dove le imprese private competono apertamente.
Gioco di specchi
Inoltre, la Cina soffre di problemi economici strutturali che complicano ulteriormente il quadro: bassa domanda interna, capacità produttiva eccessiva, disoccupazione e deflazione. Tutti elementi che secondo gli autori si traducono in istituzioni più rigide, mercato interno meno dinamico e meno libertà per innovatori e start-up, ostacoli per la formazione di un mercato dinamico per l’AI.
Ma allora come si spiegano gli ingenti investimenti che il Paese concentra da anni nelle tecnologie generative? Secondo l’articolo si tratterebbe di un gioco di specchi. Il Paese non farebbe altro che peggiorare vertiginosamente il debito pubblico per apparire competitivo, assottigliando ancora di più la sua economia.
“L’economia cinese – riporta l’articolo – è rimasta intrappolata in un circolo vizioso di domanda debole, sovraccapacità, elevata disoccupazione e deflazione persistente, fondamentalmente incompatibile con qualsiasi rivoluzione industriale. L’automazione guidata dall’intelligenza artificiale non offre alcuna soluzione a tali problemi, che affondano le radici nelle fondamenta istituzionali del Paese“.
Innovazione di rimando
La tecnologia AI cinese, poi, già in partenza è caratterizzata da uno sviluppo sempre speculare a quello americano. Le novità (come il famoso “momento Deepseek”) di fatto sono semplici migliorie di quanto presentato negli USA, con un’innovazione effettiva e nativa quasi nulla.
Questo perché “Un’innovazione sostenibile richiede istituzioni libere e una domanda solida. Le innovazioni si verificano quando imprenditori e scienziati sono rafforzati da tribunali indipendenti, supportati da investitori privati disposti a correre rischi e messi alla prova attraverso un dibattito aperto e la concorrenza di mercato“.
Nulla di tutto ciò è destinato a svilupparsi in un sistema imbrigliato da uno Stato repressivo. “Nella Cina controllata dal PCC, la domanda è repressa perché lo Stato controlla risorse chiave che limitano il reddito delle famiglie e l’iniziativa imprenditoriale, e il capitale viene convogliato in progetti diretti dallo Stato piuttosto che in scoperte e innovazioni senza limiti“.
Forse, nonostante tutto, la sfida tra USA e Cina rimane impari.














