Sam Altman ha detto di essere “delighted to be wrong” — felice di aver avuto torto. Poche parole che chiudono mesi di previsioni allarmanti sull’intelligenza artificiale e il futuro del lavoro. A stretto giro, anche Dario Amodei, il CEO di Anthropic, ha cambiato registro: da chi prevedeva una disoccupazione di massa a chi descrive l’automazione come moltiplicatore di produttività. La marcia indietro dei due volti più noti del settore AI è netta, rapida e — come in molti fanno notare — arriva in un momento molto preciso.
Fino a pochi mesi fa il copione era diverso. Altman aveva avvertito pubblicamente che intere categorie di lavori impiegatizi sarebbero scomparse, con un impatto pesante sulle posizioni junior. Amodei era andato ancora oltre: nel 2025 aveva stimato che fino al 50% dei lavori colletti-bianchi potesse dissolversi nel giro di cinque anni, con tassi di disoccupazione potenzialmente compresi tra il 10 e il 20%. Quella narrativa aveva alimentato dibattiti politici, ansie collettive e — va detto — enormi quantità di attenzione mediatica. Ora entrambi ammettono che quelle proiezioni erano sbagliate. Altman, in un’intervista con il CEO della Commonwealth Bank of Australia, ha riconosciuto che l’impatto sull’occupazione “non si è materializzato” come previsto. Amodei ha riposizionato il concetto di automazione: se un sistema AI gestisce il 90% di un compito, dice, il 10% rimasto si espande fino a occupare l’intera giornata lavorativa, moltiplicando la produttività anziché eliminare il posto.
Il tempismo del cambiamento non è passato inosservato. OpenAI e Anthropic stanno entrambe preparando quotazioni in borsa per il 2026: la prima con una valutazione stimata intorno agli 852 miliardi di dollari dopo l’ultimo round di finanziamento, con l’IPO attesa già da settembre; la seconda con una capitalizzazione privata di circa 380 miliardi, affiancata da banche come JPMorgan, Goldman Sachs e Morgan Stanley. Annunciare a potenziali azionisti istituzionali — fondi pensione, gestori patrimoniali — che la propria tecnologia rischia di destabilizzare il mercato del lavoro non è esattamente la premessa migliore per un’offerta pubblica. Alcuni analisti hanno già osservato che la narrativa apocalittica, utile nelle prime fasi per catturare attenzione e investitori privati ad alto rischio, è diventata un peso in vista dei mercati pubblici.
I dati reali offrono un quadro misto. Nel settore tecnologico i licenziamenti nel 2026 hanno già superato quota 115.000, avvicinandosi al totale dell’intero 2025, con aziende come Meta, Amazon e Snap che citano esplicitamente l’AI come motivazione. Allo stesso tempo, lo Yale Budget Lab — che monitora in modo continuativo l’impatto dell’AI sul mercato del lavoro — non ha rilevato variazioni significative nella composizione occupazionale né nell’estensione dei periodi di disoccupazione per i lavoratori nelle professioni più esposte all’automazione, almeno fino a marzo 2026. La ricerca di Brookings va nella stessa direzione: i progressi tecnologici non si traducono automaticamente in cambiamenti economici diffusi. Gli economisti citano il cosiddetto paradosso di Jevons, un principio ottocentesco secondo cui rendere una tecnologia più efficiente e accessibile tende ad aumentarne il consumo anziché ridurlo — con effetti espansivi sulla domanda di lavoro collegata.
Il CEO di Nvidia, Jensen Huang, ha detto senza giri di parole che collegare l’AI ai tagli occupazionali è “pigro”, e ha messo in dubbio la coerenza di chi lamentava perdite di posti di lavoro per una tecnologia ancora agli albori. Il CEO di Goldman Sachs, David Solomon, mantiene da mesi una posizione più cauta: ha sempre respinto l’idea di una catastrofe occupazionale imminente, citando un secolo di storia economica americana in cui le rivoluzioni tecnologiche hanno generato più occupazione di quella che hanno distrutto. La domanda che resta aperta — e che diversi osservatori hanno posto esplicitamente — è se Altman e Amodei abbiano davvero aggiornato le loro convinzioni, oppure se stiano semplicemente aggiornando il messaggio per un pubblico più largo e più cauto. La risposta, probabilmente, non arriverà dai comunicati stampa ma dai comportamenti concreti delle aziende nei mesi che precedono le loro quotazioni.














