Per 21 ore ha cercato tra una quantità enorme di sequenze genetiche, passando al setaccio dati che sarebbero difficili da esplorare manualmente. Alla fine, un agente di Claude ha individuato qualcosa di insolito nel DNA di alcuni batteriofagi, i virus che infettano i batteri. È nato così ART, acronimo di array-associated reverse transcriptases, un sistema enzimatico che, secondo Anthropic, non era stato precedentemente caratterizzato nella sua interezza. La scoperta rappresenta il primo risultato pubblico del nuovo gruppo di ricerca biologica creato dall’azienda, ma va descritta con prudenza. Non è stata scoperta una nuova versione di CRISPR e non esiste ancora un’applicazione medica o biotecnologica di ART. La funzione precisa del sistema rimane infatti da chiarire e i risultati sono stati pubblicati in un preprint, quindi non hanno ancora superato la revisione della comunità scientifica.
Il dettaglio interessante riguarda proprio ciò che Claude ha notato. Alla base di ART c’è una reverse transcriptase, un enzima capace di copiare informazioni dall’RNA al DNA. Questo tipo di enzima era già conosciuto e, in particolare, la reverse transcriptase coinvolta era stata individuata in precedenti studi. La novità sta nell’aver riconosciuto il sistema più ampio che le stava attorno, formato anche da una proteina associata di funzione ancora sconosciuta e da una lunga serie di sequenze di DNA ripetute. È quest’ultima caratteristica ad aver attirato l’attenzione perché ricorda, almeno nella struttura generale, gli sequenza di ripetizioni presenti nei sistemi CRISPR. Nel caso di CRISPR, queste sequenze sono parte di un meccanismo naturale utilizzato dai batteri per difendersi dai virus e sono diventate la base di una delle tecnologie più importanti per l’editing genetico. Per ART, però, il paragone si ferma per ora alla presenza di caratteristiche strutturali interessanti. Non è stato ancora dimostrato che il nuovo sistema possa modificare il DNA come fa CRISPR.
La parte più significativa dell’esperimento riguarda forse il metodo utilizzato per arrivare al risultato. Anthropic ha impiegato circa 950 agenti Claude, che hanno lavorato in parallelo per circa 21 ore, utilizzando complessivamente circa 210 milioni di token. Gli agenti hanno analizzato enormi raccolte di sequenze, cercando reverse transcriptase interessanti e confrontando famiglie di proteine e regioni del DNA. Secondo il preprint, la ricerca ha coinvolto circa 1,9 miliardi di cluster proteici, un volume di dati che rende evidente il tipo di vantaggio che un sistema automatizzato può offrire nella fase esplorativa della ricerca. A un certo punto, un agente ha esaminato direttamente una regione di DNA e ha riconosciuto un particolare schema di ripetizioni. Da quella segnalazione sono partite analisi successive che hanno portato all’identificazione della famiglia ART. Claude, quindi, non ha semplicemente risposto a una domanda scientifica, ma ha individuato un’anomalia che non era stata cercata esplicitamente.
Questo non significa però che l’AI abbia svolto da sola l’intero lavoro scientifico. Gli esperimenti biologici sono stati condotti da ricercatori umani nel nuovo laboratorio di Anthropic nella Bay Area. Gli scienziati hanno verificato alcuni degli elementi emersi dall’analisi computazionale, mentre il modello ha avuto il compito di esplorare i dati, formulare ipotesi e indicare i candidati da studiare. Il risultato è particolarmente interessante perché mostra una possibile evoluzione dell’utilizzo dell’AI nella ricerca. Il modello non viene impiegato soltanto per accelerare un’analisi già impostata, ma per cercare qualcosa che gli stessi ricercatori non sanno ancora di dover cercare. È un passaggio importante, anche se ancora sperimentale. La stessa Anthropic sottolinea che il sistema non ha ancora una funzione biologica conosciuta.
A mantenere bassa la temperatura contribuisce anche il giudizio di Feng Zhang, professore al MIT e al Broad Institute e tra i ricercatori che hanno contribuito allo sviluppo dell’editing genetico basato su CRISPR. Dopo aver esaminato il preprint, Zhang ha definito l’identificazione delle sequenze associate alle reverse transcriptase “autenticamente interessante”, aggiungendo che merita ulteriori approfondimenti. È una valutazione positiva, ma non equivale a una conferma delle possibili applicazioni del sistema. E proprio qui si trova il confine da non oltrepassare. ART potrebbe rivelarsi importante per comprendere nuovi meccanismi biologici, oppure potrebbe non trasformarsi in una tecnologia utilizzabile. Per ora sappiamo che Claude ha contribuito a individuare una struttura biologica insolita e che alcuni suoi elementi sono stati osservati e analizzati in laboratorio. Non sappiamo ancora che cosa faccia realmente.
Il valore dell’esperimento, dunque, potrebbe essere meno legato a una futura tecnologia di editing genetico e più al modo in cui potrebbe cambiare la ricerca. I database biologici crescono molto più rapidamente della capacità degli esseri umani di esaminarli uno per uno. Un sistema capace di lavorare per ore su miliardi di sequenze, riconoscere schemi inattesi e proporre ai ricercatori quelli più interessanti potrebbe diventare un nuovo strumento di esplorazione scientifica. La vera domanda aperta non è quindi se Claude abbia trovato un nuovo CRISPR, ma se gli agenti AI possano diventare strumenti capaci di scoprire anomalie biologiche che gli scienziati possono poi trasformare in nuove ipotesi. Nel caso di ART siamo ancora nella prima fase di questo processo. La funzione del sistema deve essere chiarita, i risultati dovranno essere verificati da altri ricercatori e solo dopo sarà possibile capire se quella sequenza insolita nasconde davvero una nuova tecnologia o soltanto un nuovo pezzo, per ora ancora misterioso, della biologia.

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