Fino a poco tempo fa, per gran parte degli statunitensi, la parola data center indicava un’infrastruttura tecnica lontana dalla vita quotidiana. Oggi quei grandi edifici pieni di server sono diventati uno dei simboli più visibili della corsa all’AI e, soprattutto, uno dei nuovi terreni di scontro della politica statunitense. Un’inchiesta di Business Insider, che riprende l’analisi del giornalista politico David Weigel, descrive una trasformazione rapida dell’opinione pubblica. Tra due terzi e tre quarti degli statunitensi dichiarano di non volere un data center nella propria comunità, mentre il tema sta entrando nelle campagne per le elezioni di metà mandato del 2026. La protesta non nasce soltanto dall’opposizione a un nuovo progetto edilizio. Dietro ci sono interrogativi più ampi sull’impatto dell’AI, sui consumi energetici, sull’ambiente e sulla possibilità che l’automazione finisca per mettere sotto pressione posti di lavoro considerati fino a ieri relativamente sicuri.
I numeri disponibili mostrano quanto rapidamente sia cambiato il clima. Un sondaggio dell’Annenberg Public Policy Center dell’Università della Pennsylvania, condotto tra giugno e luglio su 1.320 cittadini statunitensi, rilevava che il 61% degli intervistati si opponeva alla costruzione di nuovi data center nella propria zona, dodici punti in più rispetto alla precedente rilevazione. L’opposizione attraversava gli schieramenti politici, con il 69% tra i Democratici, il 54% tra i Repubblicani e il 53% tra gli indipendenti. Ancora più significativo è il confronto con le valutazioni sull’AI nel suo complesso. La percezione generale della tecnologia era rimasta relativamente stabile, mentre era cresciuta soprattutto la contrarietà alla sua infrastruttura fisica. In un altro sondaggio citato dal New York Times, realizzato da Heatmap Pro ed Embold Research, la quota di contrari arrivava al 75%. Il dato suggerisce che una parte dell’opinione pubblica non sta necessariamente rifiutando l’AI in astratto, ma sta mettendo in discussione il modo concreto in cui la sua espansione viene realizzata.
Le ragioni della protesta sono diverse e spesso si sovrappongono. I residenti temono l’aumento della domanda di elettricità e, di conseguenza, delle bollette, ma anche il consumo di acqua necessario per alcuni sistemi di raffreddamento, il rumore prodotto dagli impianti e l’impatto sul territorio. A queste preoccupazioni si aggiunge un elemento più difficile da misurare, ma politicamente rilevante. L’AI viene sempre più associata alla paura di perdere il proprio lavoro o di vedere diminuire il valore di alcune competenze professionali. È proprio questo, secondo David Weigel, il punto centrale per comprendere il fenomeno. Il giornalista di Semafor ritiene che la protesta contro i data center sia parte di un più generale disincanto nei confronti del settore tecnologico. La questione, quindi, non sarebbe riducibile al tradizionale fenomeno NIMBY, cioè alla semplice opposizione a ciò che viene costruito vicino a casa. Per molti cittadini, il data center rappresenta fisicamente una trasformazione tecnologica i cui vantaggi appaiono ancora incerti, mentre i costi locali risultano immediatamente visibili.
Il cambiamento di atteggiamento sta producendo conseguenze anche tra i politici. In Texas, uno degli Stati che negli ultimi anni hanno puntato maggiormente sull’industria tecnologica, il governatore repubblicano Greg Abbott ha sospeso temporaneamente nuove connessioni alla rete elettrica per alcuni grandi progetti, chiedendo verifiche su consumi di energia e acqua, incentivi fiscali e impatto sulle comunità. La scelta è particolarmente significativa perché Abbott aveva definito il Texas un “epicentro dello sviluppo dell’AI”. Anche in Pennsylvania il governatore democratico Josh Shapiro, dopo aver sostenuto una politica favorevole agli investimenti, ha introdotto nuovi vincoli per i data center. In agosto ha accusato le aziende del settore di comportamenti che non avrebbero tenuto sufficientemente conto degli interessi locali. Il fenomeno non è dunque confinato a una sola parte politica. L’opposizione ai data center sta diventando una questione trasversale, capace di mettere in difficoltà amministratori che fino a poco tempo fa consideravano questi investimenti una fonte quasi automatica di crescita economica.
Resta però aperta una domanda fondamentale, quella sui benefici. Le aziende tecnologiche sostengono che i data center portino investimenti, occupazione e nuove entrate fiscali. Il caso della contea di Loudoun, in Virginia, mostra che questi effetti possono essere importanti. La regione, diventata uno dei maggiori poli mondiali dei data center, ha utilizzato le entrate generate dalle attività commerciali per finanziare servizi pubblici e ridurre la pressione fiscale sulle abitazioni. Ma anche qui la crescita ha prodotto malumori legati a rumore, consumo di territorio e nuove infrastrutture elettriche. La vera sfida per l’industria dell’AI sembra quindi essere diventata quella del consenso, non soltanto quella della capacità tecnologica. La spiegazione secondo cui le proteste sarebbero in parte il risultato di campagne di disinformazione straniere, comprese quelle attribuite ad account riconducibili alla Cina, non sembra sufficiente a spiegare un fenomeno così diffuso. Le preoccupazioni locali esistevano già e trovano oggi un terreno comune nelle ansie sull’AI e sul cambiamento tecnologico. Con le elezioni di metà mandato ormai vicine, la questione potrebbe diventare un banco di prova per capire quanto a lungo la politica USA sarà disposta a sostenere una crescita dell’AI che richiede enormi quantità di energia, infrastrutture e capitale.

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