xAI, la divisione di intelligenza artificiale di Elon Musk ora inglobata in SpaceX, ha ricevuto una citazione in giudizio per aver operato decine di turbine a gas senza le autorizzazioni ambientali richieste dalla legge federale statunitense. La risposta dell’azienda, emerge dai documenti dell’IPO di SpaceX depositati questa settimana: acquistare altri 2,8 miliardi di dollari di turbine nei prossimi tre anni. Due miliardi di quell’importo sono destinati esattamente allo stesso tipo di generatori mobili al centro della causa.
La storia ha radici nell’area metropolitana di Memphis, Tennessee. Per alimentare Colossus — il supercomputer che addestra il chatbot Grok e che ospita oggi oltre 200.000 processori grafici Nvidia — xAI aveva bisogno di enormi quantità di energia. Quando i data center sono stati avviati, la rete elettrica locale garantiva appena 8 megawatt di potenza, una frazione minima del fabbisogno. La soluzione adottata: installare turbine a gas su rimorchi nella vicina Southaven, Mississippi, classificandole come “mobili” per aggirare l’obbligo di permessi. Le autorizzazioni ottenute coprono 15 unità. Secondo i dati più recenti, quelle in funzione erano 46. L’EPA, l’agenzia federale per la protezione dell’ambiente, ha stabilito all’inizio del 2026 che anche le turbine su rimorchio di quelle dimensioni sono soggette alle norme sull’inquinamento atmosferico, e ha dichiarato che xAI stava operando in violazione della legge federale.
Il NAACP, la storica organizzazione per i diritti civili degli afroamericani, rappresentata da Earthjustice e dal Southern Environmental Law Center, ha portato xAI in tribunale ad aprile. La causa chiede al giudice di fermare le turbine, imporre i sistemi di controllo delle emissioni e comminare sanzioni per ogni giorno di violazione. L’impianto di Southaven ha il potenziale di emettere oltre 2.500 tonnellate annue di ossidi di azoto, i composti che generano lo smog e aggravano l’asma. Memphis è stata recentemente definita una “capitale dell’asma” negli Stati Uniti, e sia la contea di Shelby in Tennessee sia quella di DeSoto in Mississippi hanno ricevuto una valutazione “F” per l’inquinamento da ozono dall’American Lung Association. Il quartiere più vicino ai data center, Boxtown, è una comunità a maggioranza afroamericana che già affronta un rischio oncologico quattro volte superiore alla media nazionale, secondo i dati citati nell’atto di causa.
xAI ha difeso la propria posizione sostenendo che le turbine, restando sui rimorchi di consegna, rientrano nella categoria dei generatori temporanei e possono operare fino a un anno senza permessi. La normativa federale non condivide questa interpretazione, ma la società ha continuato ad aggiungere unità anche dopo aver ricevuto la notifica di intento a procedere legalmente: sei turbine in più portate in sede, per un totale di 33, mentre il contenzioso era già in corso. Nei documenti dell’IPO di SpaceX, l’azienda riconosce apertamente il rischio: “We currently rely significantly on natural gas and gas turbine technology to power our data center operations”, e avverte che eventuali ingiunzioni “would adversely affect our AI business.”
Quello che emerge va oltre il singolo caso giudiziario. La corsa a costruire infrastrutture per l’intelligenza artificiale nel minor tempo possibile — Colossus è stato montato in 122 giorni, partendo da una fabbrica abbandonata — porta con sé scorciatoie che scaricano i costi ambientali su comunità che non hanno né voce in capitolo né benefici diretti. L’espansione pianificata a 2 gigawatt di capacità complessiva, con oltre 500.000 GPU e investimenti da 18 miliardi di dollari in hardware, non fa che amplificare il divario tra chi trae vantaggio dall’AI e chi ne respira le conseguenze letterali. Se i tribunali statunitensi dovessero fermare le turbine, l’intero modello operativo di xAI — costruire prima, chiedere permessi poi — potrebbe rivelarsi insostenibile anche per altri grandi operatori del settore che stanno percorrendo la stessa strada.














