Da qualche settimana un nuovo strumento sviluppato dall’Università del Minnesota sta facendo discutere il mondo accademico e non solo. Si tratta di un software in grado di riscrivere i testi generati dall’AI in modo che appaiano indistinguibili da quelli scritti da un essere umano. Il programma, creato dal ricercatore Jie Ding e presentato lo scorso 20 giugno, è pensato soprattutto per articoli scientifici e richieste di finanziamento, ma solleva preoccupazioni etiche su un uso non trasparente dell’intelligenza artificiale.
Andrea Orlandini, primo ricercatore del CNR e presidente dell’Associazione Italiana per l’intelligenza artificiale, avverte che “bisogna capire se questi strumenti aumentano la nostra capacità di lavoro o ce la fanno perdere”. Secondo Orlandini, l’AI è eccellente nell’ottimizzare processi, ma “ci vuole sempre qualcuno che controlli il risultato”. Il rischio è che, delegando troppo all’AI, si perda il controllo sulla qualità e sull’affidabilità dei contenuti. “Devono essere strumenti di supporto, non devono sostituirci”, sottolinea l’esperto, che invita a non demonizzare la tecnologia, ma a usarla con trasparenza.
La questione diventa ancora più urgente se si considerano i dati sulla diffusione dei contenuti generati dall’AI. Secondo recenti stime, il 57% dei contenuti online sarebbe già prodotto o tradotto con l’aiuto dell’AI. Un dato che preoccupa gli esperti, perché rende sempre più difficile il fact-checking e la verifica delle fonti. “Se cerchiamo conferme su Internet, troviamo contenuti che potrebbero non essere affidabili”, spiega Orlandini.
A questo scenario si aggiunge l’imminente entrata in vigore dell’AI Act europeo, che dal 2 agosto 2026 imporrà l’obbligo di etichettare chiaramente tutti i contenuti generati dall’AI, siano essi testi, immagini, audio o video. L’obiettivo è garantire trasparenza e permettere agli utenti di distinguere tra ciò che è stato creato da una macchina e ciò che è opera umana. “L’utente finale deve poter distinguere un contenuto generato da un modello AI da uno prodotto da un essere umano”, si legge nel regolamento. Le sanzioni per chi non rispetterà queste norme potrebbero essere molto salate, soprattutto per le aziende che operano a livello europeo.
Mentre alcuni vedono in questo strumento un’opportunità per superare le barriere linguistiche e accelerare la produttività, altri temono che possa aprire la porta a comportamenti poco etici, come la pubblicazione di ricerche o articoli senza dichiarare l’uso dell’AI. La sfida, quindi, non è solo tecnologica, ma anche culturale: imparare a usare l’AI come alleato senza perdere di vista l’importanza del controllo umano e della responsabilità.

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