“Shadow AI”: a scuola il 60% degli studenti usa i chatbot di nascosto, ma imparare da soli conviene ancora di più

Più i giovani studenti delegano alla macchina i compiti semplici, più crollano attenzione, apprendimento e motivazione

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“Shadow AI”: a scuola il 60% degli studenti usa i chatbot di nascosto, ma imparare da soli conviene ancora di più

Sfiora il 60% la quota di studenti europei che usa abitualmente l’intelligenza artificiale generativa per lo studio. Un dato imponente, ma che nasconde un’insidia: più i ragazzi delegano alla macchina i compiti semplici, più crollano attenzione, apprendimento e motivazione. È la fotografia scattata dal report EDUNext, curato dall’Osservatorio Look4ward di Intesa Sanpaolo e Università Luiss Guido Carli, presentato nelle scorse settimane.

In Italia, negli ultimi tre mesi, quasi la metà dei giovani tra i 16 e i 24 anni ha usato l’AI generativa, percentuale che scende al 31,4% nella fascia 25-34 anni. Il problema è che questo utilizzo resta in gran parte invisibile alla scuola: la media nazionale di uso esplicitamente didattico si ferma al 6,4%, contro il 9,4% della media europea. I ricercatori parlano apertamente di “shadow AI“: gli studenti si affidano agli algoritmi per fare i compiti a casa di nascosto, senza una guida degli insegnanti. Dal progetto ImparIAmo emerge che l’87% degli studenti usa questi strumenti senza supervisione, con ChatGPT in testa (33%), seguito da Canva (26%), Gemini (13%) e Copilot (8%).

Il cuore della ricerca è un esperimento su un campione di 800 persone, prevalentemente studenti, per misurare l’impatto reale dell’AI sui processi cognitivi. Il risultato è netto: nei compiti a bassa complessità, l’assenza di supporto tecnologico favorisce coinvolgimento, apprendimento e motivazione, mentre affidarsi al chatbot anche per un esercizio banale produce un peggioramento misurabile su tre indicatori — attenzione consapevole (da 5,34 a 4,53), apprendimento reale (da 5,57 a 5,36), motivazione intrinseca (da 5,11 a 4,54). Il quadro si ribalta però nei compiti complessi: qui l’AI contribuisce a ridurre il carico cognitivo e a migliorare la qualità delle decisioni. Lo studio boccia insomma l’idea di una tecnologia che potrebbe essere definita “automaticamente abilitante” a prescindere dal contesto d’uso.

Non tutto è negativo. La sperimentazione ministeriale IMPARAI, condotta in 15 istituti, dimostra che quando l’AI viene inserita in un progetto didattico strutturato dai docenti, i risultati migliorano nettamente: media voti di 7,63 contro il 6,90 dei gruppi di controllo, tasso di bocciatura azzerato (contro il 16% delle classi tradizionali) e l’84% degli studenti coinvolto attivamente. La differenza, insomma, non è se si usa l’AI, ma come e con quale accompagnamento.

Resta un problema di fondo: nonostante l’entusiasmo diffuso, solo il 3% dei progetti didattici punta esplicitamente a sviluppare il pensiero critico, mentre appena il 12% lavora sul problem solving — competenze essenziali per usare l’AI in modo consapevole e non passivo.

A commentare i risultati è Enzo Peruffo, Direttore del Centro di Ricerca Luiss in Strategic Change “Franco Fontana”: “Dalla ricerca EDUNext emerge una trasformazione profondamente asimmetrica: l’intelligenza artificiale è già entrata nelle attività quotidiane di studio e di lavoro, ma la sua integrazione nei processi educativi procede con tempi più lenti”. Secondo Peruffo, il punto centrale è “costruire le condizioni perché l’AI generi valore senza produrre delega cognitiva“, il che richiede “una regia pedagogica, organizzativa e istituzionale chiara: formare i docenti prima degli studenti, integrare l’AI negli obiettivi didattici, progettare il feedback come guida al ragionamento”.

Per rispondere a queste criticità, la ricerca propone il modello GENIALE EDUNext (Generative Ecosystems for New Intelligent Augmented Learning Education), pensato per progettare ecosistemi educativi che integrino in modo equilibrato intelligenza umana e artificiale.

Il messaggio del report non è allarmistico, ma invita a un uso più consapevole: l’AI può essere una leva potente per l’apprendimento, ma solo se accompagnata da una progettazione didattica seria. Lasciata a sé stessa, rischia di diventare una scorciatoia che impoverisce proprio le competenze che dovrebbe sviluppare.

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