La Cina è pronta a scavalcare gli Stati Uniti e a guidare la corsa mondiale all’intelligenza artificiale entro il 2030. È la previsione contenuta in un rapporto di Bloomberg Intelligence, pubblicato il 28 ottobre, secondo cui Pechino sarà in testa in 8 dei 17 comparti tecnologici strategici monitorati dagli analisti, dai grandi modelli linguistici alle batterie, e almeno competitiva in tutti gli altri. Una fotografia che rovescia l’idea di una supremazia statunitense inattaccabile e che disegna un futuro a due velocità, con due superpotenze affiancate invece di una sola egemonia tecnologica.
Il punto più interessante riguarda proprio i modelli linguistici, il cuore dell’AI generativa. Bloomberg Intelligence immagina una co-leadership tra Washington e Pechino, con gli sviluppatori statunitensi capaci di mantenere un margine ristretto sui modelli di frontiera, i più potenti e costosi, e le aziende cinesi in grado di imporsi come capofila nelle implementazioni a basso costo, grazie a una competenza consolidata nell’ottimizzazione del software. Un vantaggio, quest’ultimo, che si è visto concretamente nei mesi scorsi, quando il lancio del modello DeepSeek V4.1 Flash ha ridotto il divario nei benchmark con i rivali USA a poco più del 3%.
I numeri danno il senso dell’accelerazione. All’inizio di ottobre l’analista senior di Bloomberg Intelligence Robert Lea aveva già segnalato un miglioramento netto delle prestazioni dei modelli cinesi, con Flash V4.1 classificato tra i migliori sistemi a livello globale con un punteggio di 81,1 sulla piattaforma di valutazione LiveBench. Ma il rapporto allarga lo sguardo ben oltre il software. La Cina dovrebbe guidare il mercato nelle tre categorie legate all’energia pulita, vale a dire veicoli elettrici, stoccaggio energetico e rinnovabili, e nella produzione biofarmaceutica, consolidando vantaggi già presenti nella robotica umanoide e nella cantieristica navale, con una spesa in ricerca e sviluppo ormai allineata a quella statunitense.
Sul fronte dell’hardware il quadro è più sfumato. Nei semiconduttori e nei componenti di rete ottica Pechino colmerà parte del divario attuale, pur senza raggiungere la completa autosufficienza produttiva. A pesare sono le restrizioni sulle esportazioni dei chip più avanzati volute dagli Stati Uniti, che per anni hanno limitato l’accesso cinese alle tecnologie di punta. Il problema, però, taglia in entrambe le direzioni, come ha sintetizzato Gary Ng, economista senior di Natixis, secondo cui il mondo sta diventando sempre più frammentato nel commercio e nell’accesso alle tecnologie.
Il rapporto non ignora le ombre. Bloomberg Economics prevede che il PIL cinese crescerà in media solo del 3,6% annuo nel prossimo decennio, contro il 5,2% degli ultimi tre anni, e monetizzare le tecnologie AI resta una sfida aperta anche per le aziende più solide sul mercato. Per gli analisti, dazi e barriere commerciali potrebbero rendere più frammentata la distribuzione geografica dell’espansione industriale cinese, ma senza arrestarne lo sviluppo complessivo. L’obiezione, semmai, riguarda le condizioni, dato che le proiezioni restano legate al progresso tecnologico, agli investimenti e all’adozione commerciale dei prossimi quattro anni.
Resta un dato di fondo. La leadership nell’AI entro il 2030 non è una novità per Pechino, dato che il Consiglio di Stato cinese l’aveva fissata come obiettivo ufficiale già nel piano del 2016. Quello che cambia oggi è che la corsa non è più a senso unico, e che il sorpasso previsto da Bloomberg Intelligence appare agli occhi di molti osservatori sempre meno un’ipotesi remota e sempre più un evento già in corso, con effetti che si misureranno non solo nei laboratori, ma nei mercati e negli equilibri geopolitici dei prossimi anni.
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