Per anni la Silicon Valley ha guardato con sospetto al mondo religioso, considerandolo distante dall’innovazione tecnologica. Oggi però qualcosa sta cambiando. OpenAI e Anthropic, due delle aziende più influenti nel settore dell’intelligenza artificiale, hanno partecipato a New York al primo incontro del progetto Faith-AI Covenant, una tavola rotonda che ha riunito leader religiosi cristiani, ebrei, induisti, sikh e baha’i per discutere il futuro etico dell’AI.
L’iniziativa, organizzata dalla Interfaith Alliance for Safer Communities, punta a creare una serie di principi morali condivisi che possano guidare lo sviluppo dei futuri sistemi intelligenti. Secondo Baroness Joanna Shields, tra le promotrici del progetto, “la regolamentazione non riesce a stare al passo con questa tecnologia”, motivo per cui anche le tradizioni spirituali dovrebbero contribuire alla definizione dei limiti morali dell’AI.
Dietro questa apertura c’è una trasformazione profonda dell’industria tecnologica. I modelli linguistici non sono più semplici chatbot, ma influenzano il modo in cui le persone cercano informazioni, prendono decisioni e perfino affrontano questioni personali o spirituali. Anthropic, in particolare, sta lavorando da tempo sul concetto di Constitutional AI, un sistema che prova a guidare il comportamento dell’AI attraverso principi etici espliciti. L’azienda fondata da Dario Amodei ha già organizzato incontri privati con leader cristiani e studiosi di teologia per discutere come orientare il comportamento del chatbot Claude. Parallelamente, il dibattito sull’allineamento dell’AI, cioè la capacità dei modelli di agire secondo valori umani, è diventato centrale nel settore. Alcuni studi recenti sostengono che i modelli non siano realmente neutrali, ma riflettano visioni morali implicite derivanti dai dati con cui vengono addestrati. Una ricerca pubblicata ad aprile su arXiv parla addirittura di “digital catechesis”, sostenendo che i chatbot stiano iniziando a modellare la riflessione morale degli utenti.
L’iniziativa divide però esperti e osservatori. Da una parte c’è chi vede il coinvolgimento delle religioni come un tentativo necessario di affrontare domande che la tecnologia da sola non può risolvere: cosa significa fare il bene? Un’AI deve essere neutrale o avere principi morali chiari? Dall’altra parte, molti critici temono che queste operazioni servano soprattutto a costruire consenso pubblico attorno alle aziende che stanno guidando la corsa all’AGI, l’intelligenza artificiale generale. Alcuni studiosi parlano di un crescente potere culturale delle grandi società AI, capaci non solo di costruire strumenti tecnologici ma anche di influenzare l’idea stessa di futuro e di umanità. Intanto il Faith-AI Covenant dovrebbe proseguire nei prossimi mesi con nuovi incontri previsti a Pechino, Nairobi e Abu Dhabi. Segno che il confronto tra tecnologia, filosofia e religione è appena iniziato ed è destinato a durare.

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