ChatGPT non si limita a imitare lo stile delle vignette del New Yorker. Aggiunge anche le firme di chi quelle vignette le disegna davvero. Un’indagine pubblicata da Nieman Lab il 5 ottobre ha documentato come il generatore di immagini di OpenAI produca cartoon in stile New Yorker recanti le firme — o i nom de plume — di più di 15 vignettisti reali, nessuno dei quali ha creato o autorizzato quelle immagini.
Il caso che ha acceso i riflettori sul problema riguarda Brendan Loper, che firma i suoi lavori con lo pseudonimo “BLOPER”. A fine agosto 2026, un utente di Facebook ha chiesto a ChatGPT di generare una vignetta in stile New Yorker raffigurante Dolly Parton e Tim Curry alle porte del paradiso. L’immagine prodotta dal modello recava in basso a destra la firma “BLOPER”. La vignetta è diventata virale, e diversi utenti hanno contattato Loper pensando che fosse opera sua. Non lo era. Loper ha dichiarato a Nieman Lab che non era nemmeno la prima volta: aveva già trovato la sua firma su cartoon generati dall’AI in un forum Reddit dedicato a ChatGPT.
Non si tratta di un caso isolato. Nieman Lab ha identificato tra i nomi coinvolti Harry Bliss, Emily Flake, Joe Dator, Pat Byrnes, George Booth, Liza Donnelly e Jason Adam Katzenstein, dodici anni di collaborazione con il New Yorker alle spalle. Katzenstein ha descritto l’output come “un’inquietante simulacro di impressione di una battuta”, aggiungendo che lo sforzo dell’AI mira a rendere i vignettisti individuali obsoleti “perché costano denaro e richiedono tempo”. Emily Flake ha usato un’immagine diversa: vedere tracce del proprio lavoro in qualcosa che non si è creato è “un po’ come incontrare un cugino lontano”.
La questione contrattuale complica ulteriormente il quadro. Condé Nast, casa editrice del New Yorker, ha firmato un accordo di licenza con OpenAI nel 2024. Quell’accordo, però, non includeva esplicitamente le vignette. Il modello ha evidentemente estratto le firme degli artisti durante il training su altro materiale, riproducendo pen name specifici — come il “BLOPER” di Loper — con una precisione che va ben oltre la semplice imitazione stilistica. Una firma non è un dettaglio grafico: è l’identità di un autore, il collegamento diretto tra un’opera e la reputazione di chi l’ha creata.
Dopo che Nieman Lab ha contattato OpenAI, l’azienda ha aggiunto un avviso che compare su alcune richieste di generare vignette in stile New Yorker. L’avviso però non blocca la generazione, e le firme continuano ad apparire. OpenAI ha definito il comportamento “non intenzionale” e ha dichiarato di apprezzare le segnalazioni di bug del modello. Una risposta che i vignettisti coinvolti trovano insufficiente: imitare uno stile apre già domande legali ed etiche, ma apporre la firma di un artista su un’opera che non ha creato è una forma distinta di falsa attribuzione, con conseguenze dirette sulla reputazione professionale di persone reali.
Il nodo che emerge da questa vicenda è strutturale. I modelli di generazione di immagini imparano dagli esempi su cui vengono addestrati, e le firme fanno parte visiva di quegli esempi. Se il training include vignette firmate, il modello impara che una vignetta “autentica” ha una firma nell’angolo in basso — e riproduce quella firma come parte del pattern stilistico. Finché OpenAI non interviene in modo più profondo sull’architettura del modello o sui dati di training, avvisi e disclaimer rischiano di restare misure cosmetiche. Per i vignettisti, la posta in gioco è concreta: non solo i diritti d’autore, ma la possibilità stessa di essere riconosciuti come autori del proprio lavoro.