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Stop a Intel, AMD e Microsoft: il sovranismo tecnologico (con riserva) della Cina

Secondo quanto riportato dal Financial Times, la Cina ha deciso di eliminare gradualmente la tecnologia straniera e in particolare statunitense dai computer e i server governativi. L’operazione interesserà soprattutto microprocessori di Intel e AMD, ma anche il sistema operativo Windows di Microsoft. L’obiettivo di Pechino è di avviare una campagna per strutturare il più possibile la propria tecnologia su prodotti nazionali. In realtà, nonostante Pechino brami ad una indipendenza pressoché totale, le soluzioni tecnologiche occidentali saranno ancora difficili da eliminare nell’immediato. Anche considerati gli interessi che ruotano attorno all’evoluzione dell’intelligenza artificiale.

Xinchuang: l’autarchia tecnologica

La Cina ha intenzione di raggiungere un’autarchia tecnologica il più possibile ampia, allontanandosi dall’egemonia economica degli USA e rafforzando il solco che separa i due Paesi. Le tensioni tra Pechino e gli Stati Uniti sono note. Washington ha imposto sanzioni a un numero crescente di aziende cinesi o legate alla Cina per motivi di sicurezza nazionale (ne è un esempio il braccio di ferro tra gli USA e il social network TikTok) e ha bloccato le esportazioni di chip avanzati e strumenti correlati verso la Cina.

In tutta risposta Pechino ha impartito ai funzionari nuove linee guida per PC, laptop e server. Processori e sistemi operativi dovranno mantenere profili “sicuri e affidabili” al momento degli acquisti. Per essere valutate, le aziende dovranno presentare la documentazione e il codice di ricerca e sviluppo completi dei loro prodotti. Secondo un avviso dell’agenzia statale di test, il criterio principale per la valutazione sarà il livello di progettazione, sviluppo e produzione completata in Cina. Negli ultimi mesi, i ministeri delle finanze provinciali e comunali hanno diffuso decine di avvisi sulla nuova guida.

Nella sua totalità, la strategia nazionale per l’autarchia tecnologica nei settori militare, governativo e statale è diventata nota con il nome di Xinchuang o “innovazione delle applicazioni IT”.

Un ‘km zero’…apparente

A dicembre l’agenzia statale China Information Technology Security Evaluation Center, ha pubblicato il suo primo elenco di processori e sistemi operativi affidabili; sono ovviamente tutti prodotti di aziende cinesi. Tra i 18 processori approvati si trovavano chip di Huawei e del gruppo Phytium (sostenuto dallo Stato), entrambi sulla lista nera delle esportazioni di Washington.

In realtà la produzione di tecnologia a “kilometro zero” in patria cinese è solo apparente. I produttori cinesi di processori utilizzano mix di architetture di chip che comprendono in parte quelle occidentali. Inoltre c’è un elemento pratico da non sottovalutare.

La ‘Commissione per la supervisione e l’amministrazione dei beni di proprietà statale‘ ha imposto alle imprese statali cinesi di completare una transizione tecnologica verso fornitori nazionali entro il 2027. A partire dallo scorso anno, i gruppi statali hanno così iniziato a riferire trimestralmente sui loro progressi in tal senso. Ma liberarsi di migliaia e migliaia di computer (se non milioni) per sostituirli in blocco con nuovi modelli non è una strategia granché conservativa. Pechino ne è consapevole, tanto è vero che, almeno per il momento, tecnologie straniere perdurano. Due funzionari degli appalti, interpellati dal Financial Times, hanno affermato che nonostante le direttive rimane un certo margine per acquistare computer muniti di processori stranieri e Microsoft Windows.

Un danno per l’economia USA

La previsione più probabile è che l’autarchia cinese danneggerà le aziende statunitensi in Cina, Intel e AMD in testa. Circa il 27% dei 54 miliardi di dollari di vendite mondiali di Intel e il 15% dei 23 miliardi di dollari di vendite di AMD sono rappresentate dal mercato cinese. Per Intel, la Cina è stato il mercato più grande del 2023.

Microsoft non analizza le vendite in Cina, ma il vicepresidente di Microsoft Corporation Brad Smith l’anno scorso ha dichiarato al Congresso degli Stati Uniti che il paese fornisce circa l’1,5% dei ricavi. Gli analisti di Zheshang Securities stimano che la Cina dovrà investire l’equivalente di 91 miliardi di dollari dal 2023 al 2027 per sostituire l’infrastruttura IT nel governo, negli organi di partito e in otto grandi industrie. Nel frattempo però si configurano altri intrecci a complicare lo scenario. La Cina ad esempio ha appena stretto accordi con Apple per alimentare con Baidu (la Google cinese) l’intelligenza artificiale degli iPhone 16 (nel resto del mondo la stessa partnership è stretta con Google), rafforzando i rapporti commerciali tra l’azienda di Cupertino e Pechino.

Insomma, se la Cina cerca di far uscire l’America del tech da una porta, la fa rientrare dall’altra.


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