Pechino valuta di chiudere le frontiere dei suoi modelli AI più avanzati. Secondo Reuters, le autorità cinesi hanno incontrato nell’ultimo mese i vertici delle principali aziende tech del Paese per discutere la possibilità di limitare l’accesso dall’estero ai sistemi AI più sofisticati, compresi quelli non ancora rilasciati. La notizia arriva da tre fonti a conoscenza dei colloqui, rimaste anonime perché non autorizzate a parlare con la stampa.
Agli incontri, guidati dal Ministero del Commercio cinese con la Commissione per lo sviluppo e la riforma, hanno preso parte colossi come Alibaba e ByteDance, oltre alla startup Z.ai. Nessuna delle aziende ha risposto alle richieste di commento.
Il tema riguarda sia i modelli proprietari sia quelli open-weight, scaricabili e personalizzabili liberamente. Tra le ipotesi anche rendere reato, per la legge sulla sicurezza nazionale, la fuga o il furto di tecnologia AI, oltre a nuovi paletti su chi può investire nelle startup.
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Come potrebbe funzionare la stretta
Reuters non è riuscita a stabilire come verrebbero applicate le eventuali restrizioni. Un’indicazione arriva da una tavola rotonda di esperti legali di maggio, i cui atti sono stati pubblicati su una rivista della Corte Suprema del Popolo. Gli specialisti hanno proposto un sistema a tre livelli, con strumenti open-source di base soggetti a semplice registrazione, tecnologie più avanzate sottoposte a controlli di sicurezza, e modelli più sensibili esclusi dal rilascio pubblico o riservati all’uso interno.
La svolta non nasce dal nulla. Pechino ha già bloccato l’acquisizione da 2 miliardi di dollari con cui Meta avrebbe dovuto rilevare la startup Manus, e ha aperto verifiche su aziende trasferitesi all’estero per capire se avessero violato le norme sull’export. A giugno un pacchetto normativo più ampio ha esteso i controlli alle transazioni transfrontaliere su capitali, tecnologia e dati.
Il peso dei modelli cinesi nel mondo
La possibile stretta arriva mentre i modelli cinesi guadagnano terreno a ritmi record. Secondo il think tank RAND, basato sul traffico web in 135 Paesi, la quota di mercato globale dei modelli linguistici cinesi è salita dal 3% al 13% nei due mesi dopo il lancio di DeepSeek R1, nel gennaio 2025, con punte oltre il 20% in 11 Paesi, soprattutto dove i legami con Pechino sono più stretti.
A dare slancio è arrivato GLM-5.2, il modello di Z.ai lanciato il mese scorso, apprezzato in Silicon Valley per le capacità di scrittura di codice e gestione autonoma di compiti complessi, a costi molto più bassi dei rivali statunitensi. Il sistema ha scalato le classifiche di OpenRouter, superando alcuni modelli di Anthropic, e ha ricevuto elogi da Marc Andreessen, fondatore di Andreessen Horowitz.
Non mancano resistenze. Wei Sun, analista AI presso Counterpoint Research, osserva che alcune aziende europee valutano l’uso di GLM-5.2, ma che nei settori regolamentati permane diffidenza. “Alcuni clienti, partner e industrie regolamentate potrebbero semplicemente non voler accettare modelli cinesi nel proprio stack tecnologico, indipendentemente da prestazioni e prezzo“, ha dichiarato.
Le implicazioni per il mercato globale
Se Pechino restringesse davvero l’accesso ai suoi modelli di punta, l’effetto potrebbe farsi sentire su scala globale. Molte startup e piccole imprese si sono abituate a un’offerta cinese economica come alternativa a OpenAI, Anthropic e Google, spesso più costosi. Una stretta potrebbe far crescere i costi per chi dipende da queste soluzioni, riducendo la pressione competitiva che ha spinto i laboratori occidentali a rivedere i prezzi.
La Cina tratta l’AI di frontiera come un asset strategico nazionale, con una logica simile a quella degli Stati Uniti, dove l’amministrazione Trump ha più volte espresso preoccupazioni sul rischio che tecnologie USA finiscano nelle mani di intelligence militari straniere. Pechino sembra muoversi in direzione opposta ma con lo stesso obiettivo, blindare in casa il proprio vantaggio tecnologico prima che diventi merce di scambio globale.

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