Jensen Huang è stanco del catastrofismo sull’intelligenza artificiale. Il CEO di Nvidia ha dichiarato che il cosiddetto “doomerismo” — la tendenza di alcune figure influenti del settore a dipingere scenari apocalittici legati all’AI — ha prodotto danni concreti, scoraggiando investimenti e rallentando l’adozione della tecnologia. Lo ha detto in più occasioni nelle ultime settimane, tra cui un’intervista ad Axios e una puntata del podcast “No Priors”.
La tesi di Huang è precisa. Quando il 90% dei messaggi pubblici ruota attorno alla fine del mondo, il risultato è che persone e aziende si spaventano e non investono in quei miglioramenti che renderebbero l’AI più sicura, funzionale e utile. Una spirale controproducente, secondo il numero uno della società che produce i chip su cui gira quasi tutta l’AI del pianeta. “Stiamo spaventando le persone dal fare investimenti nell’AI che la rendono più sicura, più funzionale, più produttiva e più utile alla società”, ha detto. Il messaggio è diretto.
Il riferimento più evidente, anche se Huang non ha fatto nomi, è Dario Amodei, CEO di Anthropic, che nel 2025 aveva previsto l’eliminazione del 50% dei lavori entry-level nel settore dei colletti bianchi entro pochi anni. Amodei ha poi parzialmente corretto quella posizione, ma il danno retorico, secondo Huang, era già fatto. Nel mirino c’è anche Elon Musk di xAI, altra voce che negli anni ha alimentato scenari di rischio esistenziale. Huang ha definito questo tipo di previsioni “ridicole” e ha invitato i colleghi CEO a restare ancorati ai fatti, aggiungendo che chi diventa amministratore delegato a volte sviluppa un “complesso da Dio” che porta a profezie su tutto.
La frattura tra Nvidia e Anthropic non è solo retorica. A maggio 2025, le due aziende si sono trovate su fronti opposti riguardo alle norme americane sull’esportazione di tecnologie AI avanzate verso paesi come la Cina. Anthropic ha sostenuto controlli più severi, mentre Nvidia ha respinto quelle restrizioni come dannose per la competitività degli Stati Uniti. Lo scontro rivela una tensione strutturale nel settore: da un lato chi produce l’infrastruttura e vuole mercati aperti, dall’altro chi sviluppa modelli e cerca regole che definiscano il perimetro del gioco.
Sul mercato del lavoro, Huang ha fatto una distinzione che considera centrale: l’AI elimina compiti, non professioni. Un operatore di call center che consulta un database per rispondere a reclami vedrà quel compito automatizzato. Ma il suo ruolo, con tutto l’insieme di responsabilità che lo compone, è un’altra cosa. “Ogni singolo lavoro cambierà, e ci sarà tutta una serie di nuovi lavori”, ha detto. Come esempio ha citato la startup legale Harvey: nonostante i timori iniziali, il numero dei paralegal che usano lo strumento è cresciuto, non diminuito. Il Bureau of Labor Statistics americano, però, stima per quella categoria una variazione “minima o nulla” tra il 2024 e il 2034 — un dato che invita a qualche cautela sulle previsioni ottimistiche quanto su quelle pessimiste.
Huang non è l’unico a voler cambiare tono. Satya Nadella, CEO di Microsoft, ha scritto nel suo messaggio di fine anno che la società deve smettere di etichettare i contenuti generati dall’AI come “spazzatura”. Il punto, per entrambi, è lo stesso: la narrativa pubblica sull’AI è diventata un campo di battaglia in cui le parole hanno conseguenze economiche e politiche dirette. Chi vince quella battaglia orienta regolatori, investitori e opinione pubblica. Huang vuole che a vincere siano i fatti, non la fantascienza.














