NTT DATA ha pubblicato il 29 giugno un rapporto che pone una domanda diretta: i data center riusciranno a tenere il passo con l’AI? La risposta, al momento, non è rassicurante. Lo studio, realizzato insieme alla società di consulenza economica ThoughtLab, modella tre scenari di espansione globale fino al 2030 e arriva a una conclusione precisa: la domanda crescerà tra il 23% e il 30% ogni anno, ma i vincoli strutturali — energia, componenti, terreni, manodopera — potrebbero generare un blocco di capacità se non affrontati con azioni coordinate a livello globale.
Il rapporto identifica quattro aree critiche. La prima è la rete elettrica: la disponibilità di energia e le connessioni alla rete stanno diventando fattori determinanti nei mercati principali, in particolare negli Stati Uniti e in Europa. I tempi di attesa per ottenere nuovi allacciamenti in hub come la Virginia del Nord, Dublino o Singapore si misurano già in anni, non in mesi. La seconda riguarda i componenti hardware: processori, trasformatori, quadri elettrici e generatori di backup emergono come veri colli di bottiglia, con lunghi tempi di consegna e capacità produttiva limitata che rallentano l’entrata in funzione di nuovi impianti. La terza è il territorio: l’opposizione delle comunità locali e la scarsità di aree edificabili nei mercati più ambiti ritardano le approvazioni. La quarta, spesso sottovalutata, è la manodopera specializzata: la carenza di tecnici qualificati per la costruzione allunga le tempistiche e aumenta i rischi di esecuzione.
I numeri di contesto amplificano la portata del problema. Secondo Goldman Sachs, la domanda di energia dei data center statunitensi è destinata a più che raddoppiare, passando da 31 GW nel 2025 a 66 GW entro il 2027. L’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) ha rilevato che il consumo elettrico dei data center è già aumentato del 17% nel 2025, con quelli focalizzati sull’AI che crescono ancora più in fretta. Le spese in conto capitale di cinque grandi aziende tecnologiche hanno superato i 400 miliardi di dollari nel 2025 e sono previste in crescita del 75% nel 2026. Il costo complessivo dell’infrastruttura richiesta entro il 2030 è stimato in 6.700 miliardi di dollari a livello mondiale.
La densità di potenza per rack è un altro indicatore che segnala la velocità del cambiamento. Le installazioni tradizionali operavano tra i 10 e i 15 kilowatt per rack; quelle progettate per i carichi AI ne richiedono già 100 o più, e la traiettoria punta ancora più in alto. Questo obbliga a ripensare da zero il raffreddamento, l’infrastruttura elettrica e persino la scelta dei siti. NTT Global Data Centers sta rispondendo con un piano d’investimento da oltre 10 miliardi di dollari entro il 2027, con acquisizioni di terreni in sette mercati strategici — tra cui Milano, Londra, Francoforte e diverse città asiatiche — per aggiungere quasi un gigawatt di capacità. Il sito di Hillsboro, Oregon, raggiungerà 350 MW; il campus di Mesa, in Arizona, supererà i 300 MW.
Il rapporto non si ferma alla diagnosi: propone una mappa d’azione per imprese, operatori, investitori e governi. Il punto non è che i vincoli siano insormontabili. È che richiedono tempi lunghi e volontà politica. Le connessioni alla rete si pianificano con anni di anticipo; le catene di fornitura per trasformatori e generatori non si riorganizzano in pochi mesi; le autorizzazioni per nuovi impianti dipendono da processi amministrativi lenti e spesso conflittuali con le comunità locali. Chi arriverà prima a risolvere questi nodi avrà un vantaggio reale — non solo competitivo, ma geopolitico. La prossima ondata di AI si costruirà su chi saprà garantire watt sufficienti, nei posti giusti, al momento giusto.