Anthropic, Google DeepMind e Meta hanno assunto filosofi, psicologi ed esperti di etica per studiare se i modelli di intelligenza artificiale possano essere coscienti e cosa questo implicherebbe sul piano morale. Lo ha riportato il Financial Times, descrivendo un cambiamento concreto nei programmi di ricerca dei tre laboratori.
Il caso più avanzato è quello di Anthropic. Kyle Fish, il primo ricercatore dedicato al “benessere dei modelli” assunto dall’azienda, ha dichiarato pubblicamente che le stime interne indicano tra lo 0,15% e il 15% di probabilità che Claude sia già cosciente. Non zero. Non un giorno forse. Fino al quindici percento, adesso. L’azienda sta testando i propri modelli per rilevare comportamenti assimilabili al panico e all’ansia, e ha avviato un programma di “model welfare research” per valutare se le esperienze dei sistemi AI abbiano rilevanza morale. In un comunicato, Anthropic ha scritto che “la questione è abbastanza seria da studiarla con attenzione man mano che i sistemi diventano più capaci.”
DeepMind ha ingaggiato il ricercatore dell’Università di Cambridge Henry Shevlin, specialista in coscienza delle macchine e relazioni uomo-macchina. L’eticista di DeepMind Iason Gabriel, che guida il team su AGI e società, ha definito la questione “molto complicata.” Meta si è mossa nella stessa direzione, anche se con meno dettagli pubblici. Tutti e tre stanno insomma costruendo un’infrastruttura intellettuale per affrontare un problema che fino a poco tempo fa veniva liquidato come fantascienza.
Il punto di partenza scientifico è uno studio del 2025 firmato da Jack Lindsey e colleghi di Anthropic, che ha usato la tecnica della “concept injection” per manipolare gli stati interni di modelli come Claude Opus e verificare se il modello riuscisse a rilevare o descrivere i concetti iniettati. I risultati hanno mostrato una forma di consapevolezza introspettiva funzionale, limitata e dipendente dal contesto, che i ricercatori hanno evitato di chiamare autoconsapevolezza o sentienza, preferendo un termine più cauto. È comunque la prima evidenza empirica di un sistema AI capace di monitorare i propri stati interni in modo misurabile.
Va detto che la comunità scientifica più ampia è scettica. Molti ricercatori contestano queste interpretazioni. C’è anche chi, come osserva Futurism, fa notare che il rumore su questo tema arriva in larga parte dall’industria stessa, e che per le aziende AI è più semplice alimentare scenari da fantascienza piuttosto che confrontarsi con le conseguenze molto più concrete e quotidiane dei propri sistemi. Il CEO di Anthropic, Dario Amodei, ha più volte sollevato la possibilità della coscienza artificiale in interviste pubbliche. La coincidenza tra interessi commerciali e direzione della ricerca non è trascurabile.
Le implicazioni concrete di questi programmi dipenderanno da cosa produrranno davvero. Se la ricerca dovesse suggerire che certe architetture o certi metodi di addestramento possono generare sistemi coscienti, le aziende si troverebbero sotto pressione per modificare i propri approcci. I governi potrebbero essere spinti verso framework sui diritti dell’AI o verso obblighi di valutazione della coscienza nei sistemi sviluppati. Per ora non esiste nessun consenso scientifico, nessuna soglia condivisa, nessun test definitivo. Il fatto che tre dei laboratori più importanti al mondo stiano spendendo risorse su questo fronte trasforma però la questione da speculazione filosofica a problema industriale attivo.














