Il 22% dei candidati americani attivi sul mercato del lavoro usa già l’intelligenza artificiale durante i colloqui in tempo reale, secondo il 2026 Job Seeker Insights Report di Resume Genius, basato su mille intervistati. Non si tratta di preparazione: il modello è aperto mentre il selezionatore fa le domande, le risposte arrivano sullo schermo, il candidato le legge ad alta voce. Un dato che sale ulteriormente se si considera che, secondo la piattaforma professionale anonima Blind, uno su cinque lavoratori americani ha già ammesso di aver usato l’AI in modo nascosto durante un colloquio, e che più della metà degli intervistati ritiene che questo comportamento sia ormai diventato la norma.
Lo strumento più usato è ChatGPT di OpenAI, impiegato per costruire risposte, gonfiare curriculum e, in alcuni casi, inventare esperienze lavorative che non esistono. Joel Wolfe, presidente di HiredSupport, azienda californiana di outsourcing con oltre cento clienti corporate globali, ha dichiarato di vedere questo fenomeno “in modo massiccio” tra le assunzioni tech, dove la struttura delle frasi e l’abuso di termini di settore rendono l’intervento dell’AI immediatamente riconoscibile. Il problema è più evidente nei profili developer, ma riguarda ruoli di ogni tipo.
Il fenomeno non si ferma ai testi. Deepfake audio e video hanno raggiunto la fase del colloquio: alcuni candidati usano clonazione vocale o sostituzione facciale per presentarsi come qualcun altro. Un caso documentato dalla società di sicurezza vocale Pindrop riguarda un programmatore russo — identificato come “Ivan X” — che ha usato tecnologia deepfake per mascherare la propria identità durante un colloquio per un ruolo senior di ingegneria. Secondo Gartner, entro il 2028 uno su quattro profili di candidatura a livello globale sarà falso. Nello stesso sondaggio Gartner su circa tremila candidati, il 39% ha dichiarato di aver usato l’AI in qualche fase del processo di selezione, principalmente per generare testi di curriculum o risposte ai test. Il 6% ha ammesso una frode vera e propria, impersonando qualcuno o facendosi impersonare.
Le ragioni di questa escalation sono strutturali. Le aziende hanno adottato per prime l’AI nei processi di selezione: algoritmi che filtrano i curriculum prima che un essere umano li veda, video-interviste registrate valutate da sistemi automatici, chatbot che conducono colloqui iniziali. I candidati hanno risposto con gli stessi strumenti. Come osserva il report di Resume Genius, man mano che le aziende usano l’AI per filtrare i candidati o condurre colloqui video unidirezionali, i candidati reagiscono di conseguenza. Il risultato è una corsa agli armamenti che erode la fiducia da entrambe le parti: solo il 26% dei candidati dichiara di fidarsi dell’AI per valutarli in modo equo, e un quarto dice di fidarsi meno dei datori di lavoro quando viene usata l’AI per la selezione.
Per le aziende, il rischio non è solo assumere qualcuno di incompetente. Un impostore assunto può installare malware, sottrarre dati dei clienti, rubare segreti industriali o semplicemente incassare uno stipendio per un lavoro che non è in grado di svolgere. I ruoli remoti in ambito IT, finanza e difesa sono i più esposti. Se il processo di selezione è affrettato o standardizzato, le probabilità di cadere nel tranello aumentano. Questo spinge molte aziende a reintrodurre prove tecniche in presenza, sessioni di verifica dell’identità via documento, o colloqui non strutturati pensati apposta per individuare chi sta leggendo da uno schermo invece di rispondere davvero. Il colloquio di lavoro, nella sua forma classica, è sotto pressione. Chi lo ridisegna per primo guadagna un vantaggio reale sulla qualità delle assunzioni.













