In Corea del Sud il primo grande sciopero contro l’automazione e l’AI: 40.000 lavoratori contro Hyundai

Al centro dello scontro non ci sono i soliti aumenti salariali, ma l'arrivo dei robot umanoidi Atlas di Boston Dynamics, controllata da Hyundai, che entreranno in servizio dal 2028 nel nuovo stabilimento in Georgia, negli Stati Uniti, per poi essere estesi progressivamente ad altri impianti

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In Corea del Sud il primo grande sciopero contro l’automazione e l’AI: 40.000 lavoratori contro Hyundai

In Corea del Sud è partita quella che molti osservatori definiscono la prima vera rivolta operaia contro l’intelligenza artificiale applicata alla produzione. I lavoratori di Hyundai hanno votato con l’87% dei consensi l’autorizzazione allo sciopero, dopo che oltre l’86% degli iscritti al sindacato, che rappresenta circa 40.000 dipendenti, ha votato a favore della protesta, mentre la mediazione si è conclusa senza un accordo. Al centro dello scontro non ci sono i soliti aumenti salariali, ma l’arrivo dei robot umanoidi Atlas di Boston Dynamics, controllata da Hyundai, che entreranno in servizio dal 2028 nel nuovo stabilimento in Georgia, negli Stati Uniti, per poi essere estesi progressivamente ad altri impianti.

Il sindacato dei metalmeccanici non chiede di fermare la tecnologia, ma di avere voce in capitolo. In una lettera interna ha chiarito la sua posizione senza mezzi termini, specificando che senza un accordo tra lavoratori e direzione, nessun robot basato su nuove tecnologie potrà entrare sul posto di lavoro. I calcoli fatti dagli stessi sindacalisti aiutano a capire la portata della sfida, dato che ogni robot costerà meno di due anni di stipendio di un operaio, un dato che sposta la lettura da supporto alla manodopera a sostituzione pianificata. Alla protesta si accompagna anche una richiesta economica pesante, quella di un premio pari al 30% dell’utile netto dello scorso anno, per un valore complessivo superiore a 1,7 miliardi di euro. Pesa anche il contesto industriale, perché Hyundai ha visto diminuire sensibilmente l’utile operativo, penalizzata dai dazi statunitensi e dalla crescente concorrenza dei produttori cinesi nel mercato delle auto elettriche. Sul fronte tecnologico, il piano industriale prevede numeri importanti, con la costruzione di un impianto dedicato alla produzione di robot con una capacità stimata di circa 30.000 unità all’anno entro il 2028.

Se in Corea del Sud si discute di robot fisici nelle fabbriche, in Italia il fronte caldo riguarda il lavoro impiegatizio e ingegneristico. A Marghera, storico polo industriale veneziano, la InvestCloud Italy, filiale di un gruppo fintech statunitense, ha avviato il licenziamento collettivo di tutti i suoi 37 dipendenti, tra ventinove impiegati, sette quadri e un dirigente. Si tratta del primo caso italiano in cui un’azienda motiva formalmente un taglio così ampio con l’intelligenza artificiale, spiegando che il nuovo modello si basa su “una significativa accelerazione dei cambiamenti tecnologici, con un crescente livello di integrazione di soluzioni basate sull’intelligenza artificiale nei modelli di servizio“, da cui l’esigenza di un “riallineamento strutturale” che elimina le strutture nazionali a favore di pochi centri globali.

Non tutti però leggono la vicenda come una pura sostituzione uomo-macchina. L’assessore regionale al lavoro del Veneto, Massimo Bitonci, ha messo in guardia da una lettura troppo semplice, sottolineando che dalla documentazione ricevuta ed esaminata emerge un quadro diverso, in cui il tema centrale non sembra la sostituzione del lavoro umano con l’IA quanto piuttosto una delocalizzazione delle attività. Anche i sindacati locali guardano oltre il singolo caso. Il segretario Fiom Cgil di Venezia, Michele Valentini, l’ha definita una tipologia di crisi nuova, mentre da Fim Cisl arriva un appello diretto alle istituzioni, con Matteo Masiero che avverte come sia necessario definire nuove regolamentazioni per arginare un fenomeno che rischia di allargarsi in tutto il settore delle nuove tecnologie. Dopo settimane di trattativa, il 20 maggio è stato raggiunto un accordo che chiude la vicenda con un incentivo economico all’uscita per i lavoratori, calcolato sull’anzianità.

Resta sullo sfondo la domanda più grande, quella su quanti posti di lavoro l’IA distruggerà e quanti ne creerà. Le stime più citate arrivano dal World Economic Forum, secondo cui entro il 2030 l’intelligenza artificiale potrebbe eliminare circa 92 milioni di posti di lavoro a livello globale, generandone allo stesso tempo circa 170 milioni in nuove professioni. Tra le fabbriche coreane e gli uffici di Marghera, la stessa tensione attraversa oggi mondi diversissimi, quella tra innovazione e tutela, tra produttività e diritti, in una transizione che i governi non possono più permettersi di osservare da lontano.


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