L’intelligenza artificiale generativa è diventata ufficialmente il nuovo terreno di scontro della geopolitica globale. OpenAI ha annunciato di aver individuato e bloccato una sofisticata rete di account legati alla Cina che utilizzavano ChatGPT per condurre operazioni di propaganda occulta negli Stati Uniti.
I profili, gestiti da un’azienda tecnologica privata cinese che collabora col governo di Pechino, si fingevano cittadini statunitensi sui social media per esacerbare le divisioni interne. Secondo il report ufficiale pubblicato dall’azienda di Sam Altman, i bersagli principali dell’offensiva erano due temi caldi dell’agenda economica statunitense: l’impatto dei dazi commerciali imposti dal Presidente Donald Trump e la massiccia costruzione di data center per l’AI sul suolo USA, accusata dalla propaganda di far impennare le bollette elettriche dei cittadini.
I ricercatori di OpenAI hanno isolato due filoni principali di attività clandestina, denominati cluster. Il primo mirava a boicottare le infrastrutture tecnologiche occidentali, diffondendo meme e commenti allarmistici sui consumi energetici dei supercomputer dedicati all’AI. Il secondo filone, battezzato Tech and Tariffs, si concentrava sulla produzione di slogan e vignette satiriche contro la politica doganale di Washington. Analizzando i flussi di dati, gli esperti hanno scoperto un dettaglio alquanto clamoroso. Nei prompt i propagandisti ordinavano esplicitamente al software di attaccare Donald Trump escludendo tassativamente qualsiasi menzione al leader cinese Xi Jinping. Non solo, la rete ha persino tentato di screditare la stessa OpenAI creando falsi profili che denunciavano una violazione fittizia dei dati degli utenti di ChatGPT.
Nonostante l’uso di tecniche evolute come l’aggiramento dei blocchi geografici tramite VPN e la generazione automatica di contenuti, l’operazione ha registrato un flop in termini di coinvolgimento del pubblico reale. Ben Nimmo, responsabile delle indagini sulle minacce di OpenAI, ha ridimensionato la portata della vicenda durante una conferenza con i giornalisti: «Non siamo di fronte a un’operazione d’influenza capace di creare un dibattito da zero. Il dibattito pubblico sui dazi e l’energia esisteva già negli Stati Uniti; questa rete ha solo cercato di infiltrarsi per manipolarlo. Non abbiamo prove che ci siano riusciti».
L’episodio, tuttavia, lancia un forte campanello d’allarme tra gli analisti di cybersicurezza. Il fatto che attori legati a potenze straniere utilizzino i medesimi modelli linguistici statunitensi per attaccare la leadership tecnologica ed economica dell’Occidente dimostra come la manipolazione digitale stia diventando sempre più accessibile, economica e difficile da tracciare.

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