Nel cuore del dibattito sull’intelligenza artificiale, un approccio critico e femminista sta guadagnando spazio come risposta alla crescente diffusione di deepfake sessuali che ritraggono quasi sempre donne e minori senza il loro consenso. La tecnica, che ha già portato alla creazione di contenuti intimi falsi di personaggi pubblici, mette in luce un fenomeno pericoloso: l’uso della tecnologia per riprodurre violenze di genere online.
Secondo esperte e ricercatrici, le soluzioni tecnologiche tradizionali non bastano se non sono accompagnate da una riflessione critica sui bias, cioè i pregiudizi impliciti nei dati e negli algoritmi che vengono utilizzati per addestrare le macchine. L’AI femminista non è una singola tecnologia, ma un paradigma che propone progettazione partecipata, trasparenza e criteri di equità. Si tratta di costruire algoritmi che non replichino stereotipi patriarcali e che considerino l’esperienza delle donne e dei gruppi marginalizzati fin dall’inizio del processo di addestramento e pianificazione. Studi accademici sottolineano come i modelli di AI spesso associno le donne a immagini sessualizzate o oggettificate a causa dei dati di addestramento impari, amplificando pregiudizi culturali già esistenti.
Per le attiviste femministe e le organizzazioni per i diritti digitali, però, la sfida è più profonda e consiste nel ripensare quali valori e quali narrazioni guidano la tecnologia che, essendo il riflesso di un prodotto culturale umano, rischia di rispecchiare e riprodurre disuguaglianze e ingiustizie di genere già presenti. Un’AI più inclusiva, spiegano, non servirà solo a contrastare l’abuso digitale, ma a rimodellare la cultura stessa dell’innovazione in senso più equo e responsabile.

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