Un lavoratore britannico su sei spende ogni anno quasi un miliardo di sterline del proprio stipendio per acquistare strumenti di intelligenza artificiale utili al proprio lavoro. A rivelarlo è uno studio condotto da Deloitte, che fotografa una tendenza in rapida ascesa tra i professionisti del Regno Unito. Secondo la ricerca, il fenomeno riflette una corsa all’innovazione dettata dalla necessità di non restare indietro in un mercato del lavoro sempre più competitivo e dominato dalle tecnologie avanzate. Il report si basa su un campione di 25.000 lavoratori britannici e sottolinea come il 17% di essi abbia acquistato autonomamente software o piattaforme di AI per migliorare la propria produttività, un dato che corrisponde a una spesa complessiva di circa 930 milioni di sterline annue, pari a 1,4 miliardi di dollari.
La motivazione dietro questa scelta è chiara. Molti professionisti avvertono la pressione di dover integrare l’AI nei propri flussi di lavoro, spesso senza ricevere supporto dalle aziende per cui operano. Come riportato da Deloitte, due terzi dei lavoratori britannici ha già sperimentato l’uso di strumenti di AI, ma una parte significativa di essi si trova costretta a farsi carico personalmente dei costi per accedere a soluzioni che le organizzazioni non forniscono. Questo fenomeno, definito come shadow AI, sta diventando una realtà diffusa anche in altri paesi europei, dove la domanda di competenze digitali supera spesso l’offerta di formazione e risorse da parte dei datori di lavoro.
Secondo gli analisti, la tendenza è destinata a crescere nei prossimi anni. Il 31% dei lavoratori britannici ha già utilizzato almeno una volta un tool di AI per svolgere le proprie mansioni, e la percentuale è in costante aumento. Tuttavia, la mancanza di politiche aziendali chiare sull’adozione di queste tecnologie sta spingendo molti a investire autonomamente.
Le conseguenze di questo fenomeno non sono solo economiche, ma anche sociali. Da un lato, i lavoratori che investono in AI potrebbero ottenere un vantaggio competitivo, sia in termini di efficienza che di carriera. Dall’altro, però, questa dinamica rischia di acuire le disuguaglianze tra chi può permettersi di spendere e chi invece rimane escluso da queste opportunità. Inoltre, la mancanza di una formazione strutturata espone i professionisti a rischi come l’uso improprio di strumenti non adeguati o la violazione di normative sulla privacy dei dati. Secondo fonti del settore, alcune aziende stanno iniziando a prendere atto del problema, ma la risposta è ancora lenta e disomogenea.
In Europa, il Regno Unito non è solo in questa tendenza. Anche in paesi come Germania e Francia si registrano casi simili, seppur con cifre meno consistenti. Tuttavia, il caso britannico è emblematico perché riflette una mentalità diffusa tra i lavoratori: l’AI non è più un’opzione, ma una necessità. Come riportato da alcune testate internazionali, la spesa personale in strumenti di AI sta diventando un fenomeno globale, trainato dalla consapevolezza che chi non si adegua rischia di essere superato. .
Gli esperti suggeriscono una maggiore collaborazione tra aziende, istituzioni e lavoratori. Le imprese potrebbero investire in programmi di formazione e nell’acquisto di licenze per tool di AI da mettere a disposizione dei dipendenti. Allo stesso tempo, i governi potrebbero introdurre incentivi fiscali per le aziende che adottano politiche di upskilling digitale. Intanto, i lavoratori continuano a spendere, nella speranza che il loro investimento si traduca in un futuro professionale più solido.

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