Il Bureau of Labor Statistics americano ha pubblicato le proiezioni occupazionali 2025-2035 e, per la prima volta, ha affiancato a ogni professione un indice di esposizione all’intelligenza artificiale. Il risultato smentisce una narrativa diffusa: le professioni con esposizione “molto alta” all’IA non sono quelle destinate a scomparire, ma spesso quelle con la crescita più rapida e le retribuzioni più elevate.
Il BLS ha classificato 831 professioni su scala da bassa ad altissima esposizione all’IA. Di queste, 206 rientrano nella categoria “very high”, la più esposta. Tra esse, oltre 100 garantiscono già oggi una retribuzione mediana annua di almeno 75.000 dollari. L’agenzia federale chiarisce che un’esposizione elevata indica che una quota significativa delle mansioni può essere completata o assistita da tecnologie AI, e che i modelli linguistici di grandi dimensioni sono già stati osservati nell’esecuzione di alcune di quelle attività. Ma — e questo è il punto centrale — esposizione non equivale a disoccupazione.
In cima alla lista per crescita assoluta ci sono gli sviluppatori software. Il BLS stima un incremento di circa 175.000 posti tra il 2025 e il 2035, portando il totale a quasi 2 milioni di lavoratori. La domanda sarà trainata dallo sviluppo di applicazioni per l’IA stessa, per l’Internet of Things, per la robotica e per altri sistemi di automazione. A questo si aggiunge una crescente richiesta di profili specializzati nella sicurezza del software e nello sviluppo di sistemi embedded per dispositivi connessi e veicoli elettrici. Numeri che collocano questa categoria al sesto posto per crescita assoluta tra tutte le professioni censite, in qualsiasi settore.
Accanto agli sviluppatori software, il BLS segnala tra i profili ad alta esposizione e alta crescita i management analyst, i financial manager e gli specialisti delle risorse umane. Sono figure che già oggi incorporano strumenti di analisi dati e automazione nei processi quotidiani. L’IA non le sostituisce: le trasforma. Cambia quali compiti richiedono attenzione umana e quali vengono delegati agli algoritmi. Il mercato del lavoro americano, secondo le stesse proiezioni del BLS, aggiungerà 5,9 milioni di posti totali entro il 2035, con una crescita complessiva del 3,5%, più lenta rispetto al decennio precedente ma concentrata in settori specifici.
Vale la distinzione con il quadro opposto: le 213 professioni classificate a bassa esposizione all’IA mostrano una crescita più contenuta, e alcune — come gli operatori di impianti chimici — sono addirittura in declino. La bassa esposizione non è un salvacondotto. Significa semplicemente che le capacità attuali dei modelli AI non si sovrappongono bene alle mansioni di quella professione. Non è una garanzia permanente, solo una fotografia del momento.
Il segnale complessivo che emerge da queste proiezioni è preciso. Chi lavora a stretto contatto con l’IA — costruendola, analizzando i dati che produce, gestendo le organizzazioni che la adottano — è nella posizione più solida del mercato del lavoro del prossimo decennio. Non perché l’IA non cambi il loro lavoro, ma perché lo cambia in modo compatibile con la crescita della domanda. Per i professionisti italiani che guardano a queste tendenze, la domanda non è se formarsi sull’IA, ma quanto tempo si può ancora permettere di aspettare.














