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Poco dopo aver lanciato Codex, un agente AI per programmatori, OpenAI sorprende il mondo acquistando la startup dello storico designer dell’iPhone Jony Ive. Una collaborazione tra Altman e Ive orientata alla creazione del device del futuro è già nell’aria da più di un anno, dunque la notizia era per certi versi prevedibile. È interessante però l’attenzione mediatica che i due impiegano per lanciare l’acquisizione formale a livello mondiale, con tanto di video ufficiale in bella vista sul sito di OpenAI. Suona in tutto e per tutto come una provocazione nei confronti di Apple.
La Mela, intanto, cerca di rimettere la barra al centro dopo una serie di uscite non troppo fortunate. Tim Cook mediterebbe di ricreare da zero il modello LLM di Siri perché il progetto attualmente in lavorazione sembrerebbe a un vicolo cieco.
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La mossa di OpenAI non è solo una stoccata a Apple, ma soprattutto una strategia per rubare la scena alla vera protagonista della settimana, Google. L’azienda, durante l’I/O 2025, presenta infatti una serie di innovazioni della sua Gemini, che diventa più agentica, interattiva e autonoma. Attraverso traduzioni in tempo reale di conversazioni vocali e una nuova gamma di azioni in incroci con app e navigazione online, Google tenta una strada inevitabile, quella della trasformazione degli agenti AI in ‘esperienze pop’.
In questo contesto, fanno poco rumore i due nuovi aggiornamenti di Claude rilasciati da Anthropic, Opus 4 e Sonnet 4: quest’ultimo è presentato come il (solito) miglior modello di programmazione del mondo. Le implementazioni fanno comunque fare un balzo all’AI nella codifica, il ragionamento avanzato e gli agenti di intelligenza artificiale.
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La febbre agentica spinge con urgenza verso la sua trasposizione fisica robotica, un campo che lentamente si prende sempre più spazio nel panorama AI. Così, la startup di robotica Beyond Imagination, fondata dalla nostra vecchia conoscenza Ray Kurzweil (precursore e visionario dell’AI, tra i più fervidi teorizzatori del concetto di Singolarità), si ritrova in trattativa per un investimento da 100 milioni di dollari.
Anche Nvidia rafforza le sue ‘prospettive umanoidi’, potenziando il suo modello sviluppato appositamente per la robotica AI GR00T, con il nuovo aggiornamento N1.5. Il colosso di Huang stringe nel frattempo un accordo con Infineon finalizzato allo sviluppo di chip per la produzione di energia continua, che possano ridurre la dispersione di energia dell’attuale sistema di conversione e alzare l’efficienza dei data center.
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Sul fronte geopolitico, dagli USA arriva un ulteriore segnale di rafforzamento dei legami tech con gli Emirati Arabi Uniti. Agli sforzi condivisi sui data center che già coinvolgono OpenAI, si aggiunge l’annuncio del più grande campus AI al di fuori degli USA. Sorgerà nei pressi di Abu Dhabi e occuperà un’area complessiva di 25,9 chilometri quadrati. L’interesse degli Emirati per l’intelligenza artificiale è sempre più spiccato, tanto che anche l’aeroporto di Dubai potenzia la sua tecnologia di sicurezza con una sferzata di AI.
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Volgendo lo sguardo all’Europa, si avverte la solita sensazione di rincorsa. La Banca Europea per gli Investimenti si impegna in un piano da 70 miliardi entro il 2027, per rafforzare mercato di AI e di semiconduttori. L’ennesimo impegno di sovvenzionamento dall’alto che non cambia di una virgola la drammatica stasi dell’innovazione dal basso che caratterizza l’imprenditoria tech europea.
La frizione emerge dal riassunto dell’AI Week milanese della scorsa settimana (i cui numeri divulgati testimoniano un enorme successo di pubblico): il dibattito sull’AI Act accende ulteriormente lo scontro tra sostenitori e critici. Le voci di Alec Ross, Brando Benifei e Guido Scorza, sommate, restituiscono con forza l’immagine di un continente ancora diviso e in cerca di direzione. Proprio il Garante della Privacy, di cui Scorza fa parte, multa in Italia l’azienda sviluppatrice del chatbot Replika per 5 milioni di euro, a causa del mancato rispetto delle norme su privacy e trattamento dei dati personali. Replika è uno di quei chatbot controversi che stimolano l’empatia, fenomeno ancora piuttosto poco diffuso e dibattuto in Europa.
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L’argomento delle relazioni empatiche con i chatbot guadagna centralità da più fronti talvolta contrapposti. Dapprima fa notizia la convocazione di Google in tribunale per il prosieguo della triste storia del quattordicenne americano che si tolse la vita nell’ottobre 2024 in seguito a un’interazione morbosa e insana con un chatbot creato con Character.ai. Google ha ottenuto poco tempo fa la licenza per la tecnologia di Character (e ha assunto i suoi co-fondatori in un accordo da 2,7 miliardi di dollari lo scorso anno). Seppur non risulti formalmente collegata alla società, Big G è stata comunque citata in giudizio.
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Al tempo stesso, in una spinta diametralmente opposta, si diffondono massivamente studi sull’efficacia dei bot per il supporto psicologico. Gli utenti che stringono amicizia con le AI notano un coinvolgimento emotivo in crescita corrispondente a un maggior utilizzo dello strumento. Questo avviene soprattutto, riporta uno studio dell’International Journal of Human-Computer Studies che indaga precisamente la connessione relazionale tra gli utenti e AI, con il chatbot di una società in particolare. Quale? Proprio la stessa multata dal Garante italiano, Replika.
Il volto bifronte dell’AI al suo livello più rappresentativo: un algoritmo che scompone dati e privacy per ricomporli in emozioni umane.














