Negli ultimi mesi, le stime sul futuro energetico dei data center sono diventate sempre più allarmanti. Oggi questi impianti consumano meno del 6% dell’elettricità totale degli Stati Uniti, ma le previsioni più recenti indicano che questa percentuale potrebbe triplicare o quadruplicare nel giro di un decennio. Secondo BloombergNEF, già nel 2035 i data center potrebbero assorbire circa il 20% dell’energia nazionale, trainati dalla crescita esponenziale dell’uso di sistemi di intelligenza artificiale e servizi cloud. Deloitte, in un rapporto pubblicato nel giugno 2025, è ancora più pessimista: la domanda di elettricità da parte dei data center potrebbe aumentare di trenta volte entro il 2035, raggiungendo 123 gigawatt di potenza richiesta, un balzo senza precedenti che metterebbe a dura prova la capacità della rete statunitense di soddisfare questa sete di energia.
Il motore di questa trasformazione è l’adozione massiccia di modelli avanzati di intelligenza artificiale, che richiedono una potenza di calcolo sempre maggiore. I sistemi di intelligenza artificiale generativa, come quelli che alimentano chatbot e modelli linguistici avanzati, sono particolarmente energivori, tanto che già oggi circa il 20% dell’energia consumata dai data center è destinata a supportare applicazioni di intelligenza artificiale. Questa percentuale è destinata a crescere: entro il 2030, si prevede che l’intelligenza artificiale assorbirà fino al 40% del fabbisogno energetico dei data center, quasi raddoppiando il suo impatto attuale.
Ma non si tratta solo di una questione di numeri assoluti. La concentrazione geografica di questi impianti sta cambiando il volto dell’approvvigionamento energetico statunitense. Secondo un’analisi di Deloitte, gran parte della nuova domanda di energia sarà localizzata in aree rurali, dove la costruzione di nuovi data center è più economica e meno soggetta a vincoli ambientali. Questo fenomeno sta già creando tensioni tra le aziende tech, le utilities locali e le comunità che ospitano questi impianti, spesso preoccupate per l’impatto sulla rete elettrica e sui costi per i consumatori.
L’aumento della domanda energetica dei data center non è solo una questione di quantità, ma anche di qualità e sostenibilità. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, la richiesta di elettricità da parte dei data center negli Stati Uniti crescerà del 130% entro il 2030, un ritmo che rischia di superare la capacità di espansione delle fonti rinnovabili.
Già oggi, i data center sono responsabili di circa l’1-2% del consumo globale di elettricità, ma la loro impronta ambientale va ben oltre l’energia. Secondo uno studio pubblicato nel giugno 2026, l’intelligenza artificiale e i data center stanno diventando uno dei principali driver di emissioni di CO₂, con un impatto che potrebbe arrivare a 24-44 milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno entro il 2030. Inoltre, questi impianti consumano enormi quantità di acqua per il raffreddamento dei server, tanto che, sempre secondo lo stesso studio, entro il 2027 potrebbero essere necessari circa 5 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno, una risorsa sempre più preziosa in molte regioni degli Stati Uniti.
Di fronte a questa emergenza, le aziende tech stanno cercando di correre ai ripari. Secondo un’indagine condotta da Deloitte, il 79% dei data center e delle società che li gestiscono ritiene che l’intelligenza artificiale aumenterà la domanda di energia nei prossimi anni, ma solo una minoranza sta già adottando misure concrete per mitigare l’impatto ambientale. Tra le soluzioni più discusse ci sono l’adozione di energie rinnovabili dedicate, con contratti a lungo termine per l’acquisto di elettricità verde, l’innovazione tecnologica, come lo sviluppo di sistemi di raffreddamento più efficienti o l’utilizzo dell’intelligenza artificiale stessa per ottimizzare il consumo energetico dei data center, e la collaborazione con le utilities locali per garantire una fornitura stabile e sostenibile di energia.
Tuttavia, le sfide restano enormi. Secondo l’Electric Power Research Institute, entro il 2035 i data center potrebbero arrivare a consumare fino al 9% dell’energia elettrica generata negli Stati Uniti, una percentuale che rischia di mettere in crisi la rete in molte regioni. La transizione verso un’economia digitale a basse emissioni di carbonio non può prescindere da una gestione oculata dell’energia, ma al momento non esiste una soluzione univoca che possa soddisfare tutte le esigenze.
Nonostante le preoccupazioni, l’espansione dei data center è considerata da molti un motore di crescita economica. L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando settori come la sanità, la finanza e la logistica, creando nuove opportunità di business e migliorando l’efficienza di molti processi. Tuttavia, il rischio è che questa crescita venga pagata a caro prezzo in termini ambientali e sociali, soprattutto se non verranno adottate politiche energetiche più sostenibili.
Secondo alcuni esperti, l’unico modo per conciliare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale con la tutela dell’ambiente è accelerare l’innovazione sia tecnologica che normativa. Come ha sottolineato un rapporto pubblicato nel giugno 2026, l’impronta ecologica dell’intelligenza artificiale non è più un problema marginale, ma una questione sistemica che richiede un intervento coordinato a livello globale.

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