Meta Platforms è finita al centro di una causa federale che potrebbe segnare un precedente per il settore tecnologico. Ventisei ex dipendenti hanno citato in giudizio l’azienda, accusandola di aver usato sistemi di intelligenza artificiale per selezionare in modo discriminatorio i lavoratori da licenziare durante i tagli di massa avviati a maggio 2026. Secondo Reuters, che ha riportato per prima la notizia, si tratterebbe della prima causa contro una grande azienda tecnologica statunitense a contestare direttamente l’uso dell’AI in un processo di licenziamento.
La causa, depositata lunedì presso il tribunale federale di Oakland, in California, sostiene che Meta abbia fatto affidamento su un “insieme di sistemi AI interni” che avrebbero penalizzato in modo sproporzionato i dipendenti con disabilità o in congedo medico. Tra i parametri utilizzati per stilare le liste di licenziamento figurerebbero punteggi di produttività, valutazioni di calibrazione interna e il consumo di token AI, dati che per loro natura tendono a essere più bassi per chi si è assentato per motivi di salute o per assistere un familiare. I ricorrenti sostengono inoltre che Meta avrebbe avviato, sempre nel 2026, un programma di monitoraggio interno capace di raccogliere battiture, contenuti dello schermo e cronologia di navigazione dai dispositivi aziendali.
I 26 lavoratori, che hanno agito in forma anonima, provengono da sei stati diversi, tra cui California, New York, Florida, Illinois e Pennsylvania, oltre a Washington D.C. Tutti erano stati informati a maggio che i loro contratti sarebbero terminati il 22 luglio, nell’ambito del taglio del 10% della forza lavoro globale di Meta, pari a circa 8.000 posti. Le accuse si basano su diverse leggi federali e statali, tra cui l’Americans with Disabilities Act, il Family and Medical Leave Act e il Pregnancy Discrimination Act, oltre a normative più recenti approvate in California e a New York City che impongono test contro i bias agli strumenti AI usati nelle decisioni di assunzione e licenziamento. I ricorrenti chiedono ora un provvedimento cautelare che blocchi le uscite fino alla conclusione di un audit indipendente sul processo di selezione algoritmica e alla risoluzione delle loro richieste in arbitrato individuale, come previsto dai contratti Meta.
Meta ha respinto con fermezza le accuse. Un portavoce dell’azienda ha dichiarato che “le richieste sono infondate e non basate sui fatti“, aggiungendo che “le decisioni di gestione della forza lavoro e organizzative sono state e continuano a essere prese da persone, non dall’AI“. Secondo la posizione dell’azienda, gli strumenti utilizzati si baserebbero su indicatori che per definizione non possono essere accumulati da chi si trova in congedo protetto, proprio per evitare che l’assenza pesi sulla valutazione. Il caso, assegnato al giudice William Orrick, arriva in un momento delicato per l’azienda guidata da Mark Zuckerberg, impegnata in una riorganizzazione che punta a spostare migliaia di dipendenti verso team dedicati all’AI. Lo stesso Zuckerberg ha dichiarato di non aspettarsi ulteriori licenziamenti aziendali nel resto dell’anno.
La vicenda si inserisce in un dibattito più ampio sull’uso crescente di strumenti algoritmici nelle decisioni relative al personale. Anche altri colossi tecnologici, tra cui Amazon, Alphabet e Microsoft, hanno condotto negli ultimi anni tagli di personale motivati con criteri legati alle performance, spesso supportati da software di analisi dati. Diversi giuristi del lavoro sottolineano come l’AI, pur permettendo alle grandi organizzazioni di gestire migliaia di decisioni in tempi rapidi, si dimostri poco adatta a considerare le tutele legali legate a condizioni mediche e congedi familiari. Il nodo giuridico centrale riguarda la teoria del “disparate impact“, secondo cui anche una politica apparentemente neutra può risultare discriminatoria nei suoi effetti concreti. L’esito della causa potrebbe avere ripercussioni oltre i confini di Meta, spingendo altre aziende a rivedere i propri protocolli di riduzione del personale.

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